Come abbiamo evidenziato stamane, il compito delle autorità inquirenti in merito al dossier Boemi non è semplice: dietro la morte di Ilaria, la sedicenne stroncata da un arresto cardiocircolatorio verosimilmente dovuto all’assunzione di sostanze stupefacenti, c’è un mondo di adolescenti, i quali non hanno avuto piena contezza delle proprie azioni, persi dietro una vocazione allo “sballo-facile” instillata da terzi.
Di là dal problema culturale e dai riflessi annessi al sistema educativo, cose che attengono la società più che gli uomini in divisa, le forze dell’ordine sono chiamate ad uno sforzo ulteriore, tentando di ricostruire la rete di spaccio che si cela nell’ombra di questo fatto di cronaca.

Lo ha fatto capire Giuseppe Anzalone, capo della Squadra mobile di Messina, determinato a ricostruire la filiera di spaccio: “Puntiamo ad individuare chi organizza questo canale di stupefacenti, che è diverso da quelli tradizionali della cocaina, dell’eroina, della marijuana o dell’hashish“. Attenzione, però, perché diverso non vuol dire meno pericoloso: la scarsa conoscenza delle sostanze rende paradossalmente queste droghe “pop” e permette ai pusher di addentrarsi nei luoghi giovanili con lusinghe persuasive, siano essi scuole o discoteche. Per questo il caso Boemi non è semplice da districare: dietro la morte della ragazza c’è una criminalità occulta che opera sul territorio con metodo scientifico. E smantellare questa rete non è per nulla semplice.
