
Sì, perché una certa sinistra – quella capeggiata dai Visco, dai Fassina, dai Civati, dai Cofferati – alle tasse non sa proprio rinunciare. La priorità, dicono con puntualità svizzera i membri dell’Ordine dei Cavalieri di Equitalia, dev’essere la lotta all’evasione. Costi quel che costi. Ragionamento sensato in un paese in cui, tra mafie e grandi capitali trasferiti all’estero, le zone d’ombra sono certamente consistenti. Nessuno, però, si premura di dire che anni e anni di ricette pseudo-repressive, basate sull’aumento dell’imposizione nella recondita speranza che aumentasse anche il gettito, hanno eroso il potere d’acquisto del ceto medio senza far guadagnare quasi nulla né allo Stato né alle Regioni.
Perfino il federalismo – che pure doveva essere il volano per iniettare efficienza nel sistema di recupero, poggiandosi sulle conoscenze sistemiche degli amministratori locali – si è dissolto come neve al sole risolvendosi nel suo esatto contrario, nella crescita di giganteschi apparati bonsai fatti ad immagine e somiglianza di quelli romani, con le stesse pretese finanziare ai danni dei contribuenti.
Sembra che non si riesca a prescindere dall’intervento dello Stato nell’economia, dall’invasività del pubblico nei nostri portafogli. E così l’obiezione a Renzi non è di merito, volta cioè a comprendere dove recuperare le coperture per evitare la crescita esponenziale del debito pubblico, ma di metodo: le tasse non si abbassano altrimenti sembriamo Berlusconi.
Una battaglia sacrosanta non dovrebbe essere né di destra, né di sinistra: semmai dovrebbe essere semplicemente giusta, con buona pace di Bersani.
