Se andate in giro per il mondo a dire che l’Italia è un paese caratterizzato dall’iper-liberismo, state pur certi che i vostri interlocutori, col sopracciglio alzato alla Carlo Ancelotti, vi daranno le migliori indicazioni per raggiungere la clinica psichiatrica più vicina. Eppure, a dispetto di ogni realtà, i manifestanti No-Expo che hanno imbrattato Milano, mettendo a soqquadro mezza città, ne sono fermamente convinti: l’esposizione è il tripudio del cemento, delle infiltrazioni mafiose, dello sfruttamento del lavoro, delle multinazionali. E’ la stessa solfa, trita e ritrita, che dai tempi di Mario Capanna imperversa nei salotti buoni e fra i centri sociali, contagiando – col proprio campionario d’idiozie – una fascia più o meno estesa di forze antagoniste.
Le dichiarazioni di Mattia Sangermano, il giovane black bloc intercettato dai microfoni di Tgcom, sul “bordello necessario” per far sentire la propria voce non costituiscono un sintomo, quanto il volto stesso della patologia.
Cosa c’entri, poi, tutto questo con l’Expo è un mistero della fede.

L’esposizione, non ci stancheremo di ripeterlo, è una vetrina ed un’opportunità per il paese e può fruttare molto in termini di PIL. Capiamo che chi promuove la decrescita felice consideri tutto ciò una quisquilia, ma come poi si possa rilanciare la tematica del lavoro a dispetto degli indicatori economici ci sfugge.
In un paese dove le tasse strozzano commercianti ed esercenti, alcuni benpensanti credono che sfasciare la vetrina di una gioielleria sia un atto rivoluzionario, non un’azione da codice penale e da ceffoni familiari. Non potendo individuare un-nemico-uno che sia credibile, la colpa è del sistema e dello Stato inadempiente. La realtà è un po’ più complessa di come la si vuol dipingere.
L’Italia, però, non è un paese marcio nel midollo spinale: esistono ancora delle forze che credono ad un futuro ricco di opportunità. Sono quei milanesi che hanno occupato le piazze per dire no alla violenza, per dire che chi giustifica le barricate armate è un criminale come gli altri, che la libertà di manifestazione non è libertà d’insurrezione. Anche a Messina gli incappucciati hanno trovato degli emuli, dei professionisti della protesta che hanno imbrattato muri e monumenti storici con scritte del tipo “Kobane ovunque” o “No Muos no Expo“. Epperò anche a Messina esistono delle forze sane: un plauso merita l’iniziativa di Atreju, Vento dello Stretto, del network ZDA e dell’associazione ambientalista Fare Verde: queste sigle hanno deciso di ripulire la città violata dai graffiti, restituendo il decoro urbano sulla falsariga del movimento spontaneo Retake Milano. Forse è questa la vera resistenza.
