
Così, col milazzismo, abbattemmo il Muro di Berlino ben prima del 1989 e fraternamente riscoprimmo la pacificazione, il senso evangelico della parola compagno: cum-panis, dividere il pane, il cibo, le merende. Democristiani, missini e comunisti: tutti insieme appassionatamente.
Adesso è la volta di Agrigento, dove un uomo vicino a Forza Italia come Silvio Alessi ha stravinto le primarie del Pd. Embè? Tutti a gridare “inciucio, inciucio!” senza curarsi della meraviglia estetica di questa giravolta, di un partito liquido che si vaporizza, disperdendosi nel firmamento della primavera agrigentina. Lo avevano cantato i Tinturia, per primi, in quell’affresco che è 92100: “In questo posto siamo tutti amici/ Se litighiamo poi facciamo pace/ Ci conosciamo tutti e siamo uniti/Per questo ci ammazziamo come i cani”.
Opinionisti di cultura eterogenea attaccano a testa bassa il povero Marco Zambuto, presidente dimissionario dei dem siciliani, per aver cenato a Palazzo Grazioli con Riccardo Gallo Afflitto (orrore!), longa manus di Berlusconi in Sicilia e artefice della candidatura Alessi. Nessuno che volga uno sguardo divertito, financo ironico, a questo “povero figlio”, ridimensionando la solennità dei toni. Del resto non è stato mica Zambuto ad accogliere i cuffariani nel consesso democratico e non è stato Zambuto ad andare a cena con gli ex lombardiani tessendo le lodi del vecchio Governatore. Eppure, proprio lui, Zambuto, deve pagare: crocifisso in piazza, come un Nazareno, per un patto di cui non si sa nulla. Curioso.
