
In tempi di magra, anche le istituzioni devono rivedere le proprie priorità. Oddio, intendiamoci, non tutte: le spese folli dell’Ars, il miracolo dei vitalizi e delle pensioni che lievitano a dispetto del buonsenso, testimoniano la distanza che intercorre fra paese legale e paese reale, una distanza che dà forza alle argomentazioni qualunquiste di chi vuol spazzare via le istituzioni esistenti, bocciate con buona pace della decantata autonomia.
Gli enti locali, però, devono tenere in debita considerazione la crisi e sono talora costretti a stravolgere la vita quotidiana delle proprie comunità.
Più discutibile è la svolta palermitana dei divorzi facili, poiché s’intacca l’unità familiare trattandola con estrema noncuranza. In sostanza, nel capoluogo siciliano, si è voluto ribadire un principio “moderno“: se due persone non vogliono più stare assieme, non devono avere rogne. Così, con appena 16 euro, può essere sciolto quello che un tempo veniva definito “sacro vincolo” e che oggi, a quanto pare, non è passato indenne sotto la scure della precarietà. Naturalmente la decisione dell’Amministrazione palermitana sta scatenando polemiche, poiché la prima cellula della società rischia di dissolversi al prezzo di cinque o sei granite. Dicono che sia l’andazzo dei tempi. Sarà, ma fra Messina e Palermo c’è una sostanziale differenza: uscire di scena senza schiamazzi può essere un tocco di classe, congedarsi senza noie da moglie o marito sembra più il tentativo di assecondare un capriccio. Ça va sans dire.
