
Il fulcro di questa orribile vicenda non è solamente l’opportunismo aberrante che ha spinto alcuni pregiudicati della provincia di Messina a muoversi, dapprima in Italia e poi in Romania, alla ricerca di bambini da “vendere”, ma anche la disperazione di una famiglia che pur di avere un figlio ha scelto la strada dell’illegalità, piuttosto che quella di una regolare procedura di richiesta di adozione.
Certamente, queste ultime procedure nel corso degli anni si sono fatte sempre più “impervie”: molti, senza ormai speranza, rinunciano alla possibilità di adottare per le tante difficoltà che incontrano in questo cammino, che rimane sempre e comunque quello da intraprendere, soprattutto per garantire il benessere del bambino.
Sfruttamento del dolore, sfruttamento della povertà, sfruttamento di un principio cardine su cui si deve basare una famiglia, l’amore. E si, perché la storia della famiglia di origine del bambino romeno coinvolto nella vicenda rientra in un generale meccanismo mentale che in tutto questo va dal puro opportunismo al bisogno: bisogno di soldi, bisogno di stabilità, chi sa. È certo, comunque, che la madre ha deciso di vendere uno sei suoi tanti figli. Fino a che punto ci si può ancora spingere? Storie di cronaca come queste, di cui ormai non ci meravigliamo più di tanto (il che è tutto dire), ci insegnano che esiste una linea sottile tra la percezione del bisogno, come in questo caso il bisogno di avere un figlio o il bisogno di soldi, e la decisione (giusta o sbagliata) da prendere al fine di trasformare quello stesso bisogno in qualcosa di reale.
Una vera e propria tratta di esseri umani, perché di questo si sta parlando, è stata fortunatamente scoperta e bloccata dalle forze dell’ordine, anche se non sempre succede così, e non sempre il bisogno di dare amore ad un’altra persona è ciò che anima le persone che decidono di prendere parte a questo giro di “affari” sporchi, impensabili, indicibili.
