
Si dice che in Conclave chi entra Papa esce cardinale: qui c’è il rischio di un ulteriore declassamento a semplice prelato. Forse, allora, il paragone televisivo che abbiamo testé utilizzato potrà apparire fuori luogo: bisogna tornare a Bonolis, allo “scavicchi ma non apra”, per capire quale pacco è quello giusto. Nel mare di candidati più o meno quirinabili l’ultimo cavallo di razza, in ordine di tempo, è Antonio Martino.
Martino, liberale sincero, è uomo di mondo che solo nel consesso mondiale si trova a suo agio. La “politica politicata” non lo ha mai appassionato, la stessa amministrazione della cosa pubblica non ha scaldato il suo cuore. Ha sempre avuto un sogno nel cassetto: fare il Ministro dell’Economia in questo sciagurato paese, giusto per iniettare una dose di liberismo-liberale nel corpo dello Stivale. Tanta stima ha avuto fra i berlusconiani che puntualmente gli è stato preferito Tremonti, uomo abile a saper far di conto senza però fronzoli intellettuali. Martino è lì per essere bruciato: lo sa bene anche lui che, con discrezione, mantiene il massimo riserbo sulla sua presunta nomina, certo che presto o tardi sarà sacrificato sull’altare della Patria.
Martino è più italiano che messinese: nel “Riempitivo” di oggi Pietrangelo Buttafuoco lo descrive come uno statista che ha per emblema il Tricolore, “non la risciacquatura post-marxista dei lib-lab”. In un Parlamento dove prevale l’impronta bersaniana questo, purtroppo, non costituisce un merito.
C’è poi il problema della “agibilità politica” del Cavaliere, una condizione che l’uomo forte di Arcore porrà all’ordine del giorno al momento opportuno, qualora non l’avesse già fatto nel segretissimo Patto del Nazareno. E anche qui, su tale versante, Martino non offre garanzie, di là dalla riconoscenza umana che sarà pure un valore ma in politica è merce rara. Per tutte queste ragioni, a mio avviso, Martino non diventerà Presidente: ne ha lo stile inappuntabile, per carità, ma alla fine gli resterà giusto quello.
