
Non sappiamo se su Francantonio Genovese, presunto innocente sino all’ultimo grado del processo, aleggiasse questo sospetto. Per il suo avvocato, Nino Favazzo, il ripristino della misura cautelare in carcere è spropositato, specie se si considerano le pronunce rese dal Gip di Messina. Per la Procura, invece, era un atto necessario e dovuto. Questioni processuali spinose, su cui è difficile dire l’ultima parola.
Certo è che la canea montata dopo il ritorno a Gazzi dell’ex parlamentare democratico non è di per sé né edificante né moralmente apprezzabile. La rincorsa al minuto per sapere con esattezza quando Genovese avesse varcato la soglia della casa circondariale e, soprattutto, le reazioni smodate sui social network lasciano riflettere. Sì, perché in Italia vige un certo malcostume: quando un potente è forte, quando assurge ad una posizione dominante, tutti lo osannano come fosse l’Unto del Signore; appena, però, il sistema traballa ed emergono nodi politici o giudiziari, scatta la rincorsa al bacio di Giuda. L’incoerenza fa parte del nostro dna, va bene, ma vedere il livore che tracima fa impressione: frasi come “marcisci in galera bastardo” o “spero che buttino la chiave” colpiscono per la durezza, e se le consideriamo ovvie – figlie degli input torbidi scatenati dalla rete – vuol dire che implicitamente le riteniamo accettabili o ragionevoli. La politica viene così concepita come guerra di religione, nello stesso momento in cui tutti, con gli hashtag, si vantano di essere “Charlie”.
