
Il nuovo regolamento per le spese di rappresentanza pesa come una pietra tombale sull’autonomia dello statuto speciale. Con un’abile manovra, i rappresentanti all’Ars hanno conseguito un risultato di tutto rispetto: hanno sancito che le suddette spese non dovranno più essere approvate dal Presidente dell’Assemblea, essendo ipso facto approvate a norma di regolamento. Viene a mancare, così, l’ultimo baluardo, l’ultimo argine che poteva costituire un legittimo controllo, ancorché blando. Come se i Fiorito o le mutande verdi rappresentassero esperienze oniriche o dell’era mesozoica.
Ma di quali spese parliamo? L’Assemblea si è voluta tenere le mani libere: in presenza di una regolare rendicontazione, i rimborsi scatteranno nei confronti delle uscite destinate a valorizzare il ruolo della rappresentanza istituzionale. Dietro questa formula generica si può leggere ogni atto: dal viaggio alle cene, dai soggiorni all’estero ai cadeau nei confronti degli ospiti (purché tali atti simbolici “derivino da confermata consuetudine o per motivi di reciprocità“, ci mancherebbe).
E’ la fiera dello sperpero, celebrata all’indomani di un braccio di ferro ingaggiato dal Presidente del Consiglio con gli enti locali. Un colpo di coda, messo nero su bianco a fine luglio, per porre a riparo quei pochi spiccioli rimasti. E pazienza se il patto di stabilità pone vincoli austeri, se il debito pubblico galoppa come Varenne ai bei tempi, se il qualunquismo e l’antiparlamentarismo si diffondono a vista d’occhio. Finché il fondo del barile può essere raschiato, bisogna cogliere l’opportunità. Come scriveva Saul Bellow ne Le avventure di Augie March “Nel fondo della sventura, siate elastici”.
