
Quanti, fra le 37 vittime, in quegli istanti ebbero analoghe sensazioni? Me lo chiedo senza retorica, perché in questa mesta vicenda ciò che colpisce è il lato umano. Eroi improvvisati che mettono a repentaglio la propria vita pur di salvare quella altrui, tragedie familiari che si consumano sotto l’occhio indiscreto delle telecamere, madri che piangono i propri figli: non è il caso d’indugiare ulteriormente su un dolore con cui Messina ha dovuto fare i conti. Forse bisognerebbe fare altre considerazioni: cosa sarebbe successo, ad esempio, se i lavori di messa in sicurezza fossero partiti nel 2007, allorquando consistenti temporali avevano acceso un campanello d’allarme su determinati tratti?
Mentre scrivo queste righe, ci sono due comunità – quella di Giampilieri e quella di Scaletta – che oggi faticheranno di più: faticheranno a fare i conti con gli insulti della memoria, con le assenze assordanti, con quella voglia dei grandi giornali nazionali di derubricare la vicenda a fatto di seconda importanza. Faticheranno innanzi alla prosopopea di certi Soloni in cerca di visibilità, alle cerimonie pubbliche, alla solidarietà ipocrita e tardiva. Faticheranno perfino ad accettare la logica della ricostruzione, che pure va avanti con merito, dopo le commemorazioni, sotto lo sguardo vigile di Corrado Manganaro, presidente del Comitato Salviamo Giampilieri, e delle autorità preposte. Nessuno li può biasimare: alcuni hanno perso le case, altri la speranza. Spetta alle istituzioni il compito di restituirgli entrambe.
