
Secondo le ricostruzioni delle forze dell’ordine, accorse su luogo per via della segnalazioni provenienti dal vicinato, l’uomo si trovava nei pressi del suo furgone, posteggiato momentaneamente in uno spiazzo a fianco della via 37/a, quasi ai confini col villaggio Santo. Calato il sole, l’ambulante stava sistemando la propria merce all’interno del veicolo, quando – girandosi – ha notato d’un tratto qualcosa di anomalo: un’ombra inquietante, un passo felpato ma deciso, un piglio minaccioso.
Registrando con la coda dell’occhio un ferro o giù di lì nelle mani di questa presenza minacciosa, Caruso, capita l’antifona, avrebbe iniziato la sua disperata fuga, mentre la losca figura sulle sue tracce si sarebbe impegnata a sollevare a mezza altezza l’arma utilizzata, una pistola calibro 7,65.
Il resto è storia. I cinque spari non hanno fortunatamente sortito effetti particolari: solo pochi colpi hanno centrato il bersaglio mobile, per altro di striscio e sulla gamba. La vittima, soccorsa in un secondo momento dalle ambulanze giunte in loco, è riuscita così a mettersi in salvo, dapprima correndo in direzione dell’Istituto Minutoli e successivamente riparando in un palazzo adiacente.
A questo punto le autorità dovranno vagliare sia l’eventuale movente, sia la veridicità della ricostruzione. Perché mai uno sconosciuto dovrebbe sparare così, a casaccio, contro un ambulante? Come ha fatto la vittima ad identificare così celermente una minaccia apparentemente surreale? Le ferite riportate sono frutto di una pessima mira dell’attentatore o corrispondono ad un avvertimento? In altre parole, era follia o intimidazione?
