Eppure a me i conti non tornano. Cerco di analizzare la querelle fra Franza ed Accorinti con spirito oggettivo, ma nessuna delle due posizioni in campo mi pare realmente convincente. L’impressione è che la famigerata utilità sociale, ossia il benessere della cittadinanza e del territorio di riferimento, sia in realtà ostaggio fra opposti estremismi: da un lato l’idea che la città debba essere al servizio di una determinata impresa, dall’altro la volontà di un’azione tangibile, un segno di discontinuità e rottura rispetto alle stagioni precedenti, compiuto da un’Amministrazione che sin qui ha sonnecchiato.
Che i tir costituiscano un problema, è fuor di dubbio: troppo spesso abbiamo dovuto riportare nella cronaca cittadina la notizia di un decesso, di un incidente, di qualcosa di grave. A volte per incuria degli automobilisti, a volte per la sbadataggine degli autotrasportatori, a volte per tragica fatalità. Rimuovere dal palcoscenico cittadino i mezzi pesanti è un’operazione di totale buonsenso. Fin qui, c’arriviamo per logica.
Di altrettanto buonsenso appare, almeno ad una prima lettura, la posizione dell’impresa, con buona pace del coro degli scettici: se il Comune modifica le regole, sembra dire Franza, se cioè dobbiamo fare i conti coi limiti e le restrizioni stabilite dal pubblico, l’eventuale ammanco registrato dobbiamo fronteggiarlo con una riduzione delle spese, indi con l’espulsione di una quota parte dei lavoratori.
Si può certamente tirare in ballo la malizia di un simile ragionamento alla vigilia di una trattativa che si annuncia lunga ed estenuante; non si può, però, parlare con dovizia di un “ricatto occupazionale, frutto di una cultura imprenditoriale che tratta i lavoratori come merce di scambio”. E’ la posizione ufficiale espressa dal movimento Cambiamo Messina dal Basso e risente di un dogmatismo ideologico eccessivo: l’imprenditore, come i singoli lavoratori, mira a migliorare la propria posizione. Se muta il quadro di riferimento all’interno del quale è chiamato ad operare, prevedibilmente muterà anche la strategia industriale adottata sino a quel momento. Ora, anziché scagliarsi contro una fantomatica politica di potenza realizzata dai Franza (sic), sarebbe parso più costruttivo ragionare sull’onda lunga di quanto espresso dal vicesindaco, Guido Signorino, attento a mediare fra principi ed esigenze di bilancio. Fra l’altro l’amministratore delegato della Caronte&Tourist conveniva con Accorinti sulla visione di sistema. Nella lettera leggiamo: “Ho avuto modo di constatare che la tua visione sulle vicende dell’area dello Stretto e del traghettamento è strutturale e, come suol dirsi, «di sistema». Non ti sfugge, dunque, che – in assenza del porto nuovo di Tremestieri e della Via del mare – il problema Cartour è amplificato, se non addirittura generato, dai ritardi non certo a noi imputabili nel ripristino delle condizioni di agibilità integrale dell’approdo di Tremestieri, e questa considerazione non può essere neutra nell’individuazione di soluzioni concordate”. Come a dire: la disponibilità ideale c’è, ma se non sono state realizzate le opere infrastrutturali necessarie, di chi è la colpa?
E qui veniamo ai refusi: perché se è vero che l’impresa ha probabilmente sbagliato o artefatto le previsioni sui numeri, imbarcando non già una quarantina ma una settantina di tir a corsa (cosa ben diversa), è altresì vero che consentire ai mezzi pesanti il passaggio notturno e non diurno risolve poco o nulla il problema. La tematica è troppo seria per essere trattata con spirito approssimativo: le parti siedano attorno a un tavolo e tentino di districare l’intricata matassa.