
Nella giornata di ieri, il professore Michele Limosani aveva lanciato un monito, evidenziando come la funzione naturale dei Liberi Consorzi fosse di gran lunga ridotta rispetto alle potenzialità legate all’Area metropolitana, anche in una prospettiva d’investimenti europei. L’obiettivo era chiaro: dissuadere i riottosi, mettere innanzi a loro le prospettive di crescita comuni, una volta superati gli attuali disagi.
Niente da fare, a nulla sono serviti i ripetuti incontri istituzionali fra i sindaci della provincia. Anzi, semmai è vero il contrario: proprio durante gli appuntamenti ufficiali nelle stanze dei bottoni si sono alimentati dubbi e perplessità, che hanno trovato un terreno fertile nel campanilismo locale. L’idea, peraltro per nulla peregrina, era che mancasse una cabina di regia politica. Così si spiega la brusca inversione di rotta decisa dall’assemblea taorminese presieduta da Antonio D’Aveni, una giravolta in senso letterale.
A questo punto, la ridente realtà provinciale inizierà verosimilmente un percorso comune con Antillo, Capo S. Alessio, Randazzo, Bronte, Acicastello, Cesarò, S. Teresa di Riva e Acireale, finendo col gravitare attorno all’area catanese e potenziando, in siffatta maniera, la realtà etnea. Gongolerà, pertanto, il sindaco Bianco, già forte degli accordi associativi sulla progettualità sviluppati con Ragusa e Siracusa.
Messina, invece, resta a guardare, con un primo cittadino che si deve rassegnare al ruolo d’inerte spettatore. Permane, però, una flebile speranza. Essa è legata al sentimento di appartenenza dei residenti taorminesi, i quali dovranno confermare – a iter concluso – la scelta compiuta dalla propria Amministrazione tramite una consultazione referendaria. Ma siamo davvero convinti che lo Stretto eserciterà un fascino maggiore rispetto all’industriosa opera di convincimento praticata all’ombra del vulcano?