Ecco, quel dottorato di ricerca in Filosofia del Linguaggio, quel lavoro senza retribuzione, ostracizzato, forse addirittura ridicolizzato da quei professori che vedevano Norman come un “corpo estraneo” nel loro collaudato ed inattaccabile sistema clientelare. Quel dottorato è il punto di partenza e il punto d’arrivo di quella che la stampa ha tristemente definito “Generazione Norman”. Quegli studenti che, giunti al culmine del loro percorso, dovrebbero, vorrebbero entrare nel mondo accademico come ricercatori o docenti. Ma, come ben sappiamo, lo scoglio da affrontare è immane.
Riprendiamo una bella intervista al padre di Norman, Claudio Zarcone, firmata da Andrea Sessa e pubblicata lo scorso anno su Linkiesta.it. Claudio Zarcone si scagliò ancora una volta, apertamente, senza alcun timore reverenziale, contro i “baroni universitari”, contro quei poteri forti che rendono gli atenei italiani fac-simili di logge massoniche. Sono i prediletti ad avanzare, a far carriera, non i meritevoli. Furono loro a chiudere ogni porta in faccia a Norman.

Il potere e le conoscenze sono davvero alla base del sistema universitario? Pochi giorni dopo il suicidio di Norman, proprio a Palermo venne scoperta un’organizzazione che applicava delle vere e proprie “tariffe” agli esami universitari. Di due mesi fa è l’inchiesta di Messina, che ha visto l’arresto di un professore e che ha portato alla luce legami anche con ‘ndrangheta e politica. Il mondo accademico, un po’ come quello politico, offre posizioni di prestigio e stipendi di un certo livello. È chiaro che chi ha la facoltà di discriminare su chi debba o non debba entrare nel sistema, tiene in mano le redini di tutto l’apparato. E, purtroppo, può decidere secondo la propria discrezione.
Non vogliamo fare di tutta l’erba un fascio, ma è fin troppo evidente che ci sono sezioni del sistema che agiscono secondo una logica che non tiene conto della meritocrazia. Ed è qui che ragazzi come Norman gettano scompiglio, perché rischiano, col loro sapere, con la loro cultura superiore, di mettere in luce i deficit di un mondo popolato da individui mediocri e senza talento. E ciò non accade solo negli atenei del Sud, ma in tutta Italia, di questo ne siamo più che certi.
Norman si trovò a scontrarsi contro questo “muro di gomma”, capì che il sistema non può essere smontato dall’interno, solo distrutto dall’esterno. Ma questo potere appartiene a quelle istituzioni che invece sembrano ignorare il problema, mettendo in luce solo quei casi eclatanti sui quali è impossibile non indagare. Claudio Zarcone però è sicuro che il gesto del figlio non sia stato di disperazione. Bensì “il suo è stato un grido di dolore come quello di Jan Palach, perché si è sentito offeso nella sua essenza spirituale. Diceva che ormai per farsi sentire ci sarebbero voluti dei gesti forti. Lui l’ha fatto, ma non molti hanno voluto sentire”.
Norman, ne siamo certi anche noi, scelse la morte per orgoglio, per rabbia, per ribellione ad un sistema marcio. Un gesto non condivisibile, ma in questi termini di certo comprensibile. Oggi, da coetanei di Norman e da studenti universitari, non possiamo negare che il problema sia ancora lì, a fare ombra su quello che dovrebbe essere un mondo, quello deve università, il cui unico interesse dovrebbe essere quello di tutelare e diffondere la cultura e valorizzare i ragazzi che, come Norman, hanno per la cultura un amore incondizionato. Scriveva Norman poco prima di quel 13 settembre:
Esistono due libertà incondizionate: la libertà di pensiero e la libertà di morire, che è la stessa di vivere
