“Siamo stati contattati dal sindacato norvegese – ha dichiarato Mantegazza – perché i consumatori del loro Paese dopo avere appreso da giornali e da siti internet che per la raccolta di pomodori in Italia si usano anche braccianti non retribuiti legalmente si rifiutano di comprare i pelati in scatola italiani, di cui facevano un forte consumo“. Un calo consistente e un problema non trascurabile, che porterà ad un meeting tra Mantegazza ed una delegazione sindacale norvegese, già programmato a Roma per il prossimo 18 ottobre.
L’obiettivo, aggiunge il segretario dell’Uila, è “di proporre un marchio che certifichi anche il rispetto dei contratti sociali e delle leggi: una qualità etica“. Insomma garantire al consumatore estero un prodotto non solo di qualità, ma che sia stato realizzato senza violazioni. Il lavoro in nero nei campi infatti è una realtà concreta, specie quando la manodopera è formata da cittadini nordafricani, in certi casi letteralmente sfruttati, con turni massacranti a fronte di una paga irrisoria.
Ben diverso è l’ennesimo caso di un marchio pseudo-italiano che non solo è una vera e propria truffa, ma offende il nostro Paese, puntando sul brand “mafia”. Stavolta parliamo del vino “Mafiozo“, realizzato da una casa produttrice svedese e commercializzato in tutto il Nord Europa. Sul piede di guerra la Confederazione italiana agricoltori e la Regione Puglia. Il vino infatti riporta impropriamente il marchio Igp Salento.
In realtà la produzione avviene sì con uve salentine, ma mischiate con lo ”Zinfandel” californiano. “Casi come questo -osserva la Cia – non soltanto compromettono l’immagine di un comparto d’eccellenza, com’é quello vitivinicolo, ma danneggiano i nostri produttori che lavorano sotto il segno della qualità, della correttezza e della sicurezza alimentare“. E non bisogna dimenticare l’offesa di un nome che in nessun modo può rappresentare l’Italia. Ma, dopo il caso Don Panino e la “pizza mafiosa”, questa triste moda sembra continuare a dilagare.
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