Gerbera gialla: da Beppe Alfano a Gennaro Musella, eroi di quel sud sano che vuole combattere la mafia

beppe-alfano4Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe era un giornalista, professore e politico italiano ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, l’8 gennaio del 1993. Definito come un “cane sciolto” per le inchieste giornalistiche condotte sui poteri deviati italiani è uno degli otto giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia; da cronista giudiziario de “La Sicilia” seguì  le vicende di quella che era definita la provincia “babba” (inetta, stupida ndr) per la presunta mancata capacità della criminalità locale di organizzarsi per sfruttare i grandi flussi di denaro.

Eppure proprio a Barcellona P.G. troverà la morte in una sera d’inverno vicino casa, nella sua auto con il finestrino abbassato, segno evidente che in quel luogo Alfano ci fosse andato per parlare con qualcuno. Tre colpi di cui l’ultimo in bocca: “Beppe Alfano doveva tacere e quell’ultimo colpo fu la firma che la mafia lasciò sul suo cadavere”.

Le inchieste di Alfano erano scomode per tanti e la notte stessa dell’omicidio i Servizi Segreti italiani fecero irruzione in casa del giornalista sequestrando tutti i carteggi e i documenti raccolti da Alfano; la figlia Sonia, oggi Presidente della commissione speciale CRIM, sin dall’inizio ha denunciato i depistaggi nelle indagini sulla morta del padre e soprattutto del coinvolgimento, nell’assassinio, dei servizi segreti.

La sua tenacia è stata premiata con la riapertura delle indagini perché la morte di Alfano è ancora uno dei punti oscuri della storia d’Italia.

Mentre la famiglia Alfano piangeva una morte inspiegabile di un padre, di un marito e la comunità era incredula per quest’atto di barbarie, a Reggio Calabria dieci anni prima moriva Gennaro Musella. Un attentato che ha suscitato orrore nell’opinione pubblica; uno dei primi casi di autobomba, metodo poi utilizzato nella strage di Capaci e di Via D’Amelio 10 anni più tardi.

Gennaro Musella era un ingegnere salernitano, che ha pagato con la vita il coraggio dimostrato nel denunciare il “cartello imprenditorial-mafioso” sui lavori di costruzione del porto di Bagnara.

A Bagnara possedeva una cava di massi e un’impresa estrattiva; la sua unica colpa fu quella di tentare di prendere parte all’appalto, ma la mano invisibile della ‘ndrangheta gli impedì  di partecipare alla gara. Coraggiosamente, l’imprenditore salernitano denunciò il fatto con un esposto alla Procura di Reggio Calabria. E per questo doveva pagare con la vita.

Anche questa volta a portare alla ribalta la storia dell’imprenditore fatto saltare in aria è stata la figlia Adriana, che dell’antimafia ha fatto una scelta di vita. Da questa tragedia nasce la volontà di Adriana di portare in giro la storia di suo padre, quell’eroe “dimenticato”, che solo a 26 anni dalla sua morte viene riconosciuto ufficialmente “vittima di mafia”. “Quando, ad essere ucciso è un esponente delle Istituzioni”, affermava un’Adriana Musella addolorata, “lo Stato lo ricorda, ma se a cadere sono i cittadini comuni, questi vengono troppo spesso dimenticati”.

Oggi finalmente la memoria di Gennaro Musella è giustamente ricordata con l’istituzione del Premio Gerbera gialla.

Sonia e Adriana due Donne forti, combattive, un esempio per l’Italia, ma anche due figlie a cui la criminalità, che si chiami mafia o ‘ndrangheta, ha portato via la figura paterna. Oggi saranno insieme a Reggio Calabria per il Premio Gerbera gialla 2013; “Sarò al fianco della figlia di Gennaro, Adriana – dice Sonia Alfano – che in tutti questi anni ha combattuto da sola la sua battaglia per la verità e la giustizia. E’ agli esempi di uomini onesti e per bene come suo padre che bisogna ispirarsi per portare avanti la nostra lotta per l’affermazione della legalità”.

Musella e Alfano passando per i due eroi Falcone e Borsellino, ma oggi il pensiero è rivolto a tutte le vittime di mafia, magari meno note perché non balzate agli onori della cronaca, ma dietro le cui storie ci sono figli, mogli e intere famiglie, che ancora piangono i loro cari.

Sembra uno strano caso del destino, ma si dice che Maggio sia il “mese delle stragi”.

Il 3 Maggio 1982 moriva Gennaro Musella, domani (4 Maggio) ricorre l’anniversario della morte del Capitano dei CC Emanuele Basile, ucciso nel 1980 a Monreale. “Il Capitano Basile, a soli 31 anni, era animato da un fortissimo senso dello Stato e da uno straordinario amore per la legalità. Per essere sempre rimasto fedele a questi princìpi si spinse fino all’estremo sacrificio, pagando il prezzo più alto. Dopo aver indagato sull’uccisione di Boris Giuliano e aver scoperto l’esistenza di imponenti traffici di droga, infatti, fu ucciso con un colpo d’arma da fuoco vigliaccamente sparato alle spalle. Oggi ricordare il sacrificio di servitori dello Stato come il Capitano Basile, è importante per fare memoria ma anche per non perdere la fiducia nelle Istituzioni” afferma la Alfano appena atterrata a Reggio Calabria per il ventennale della Gerbera Gialla.