
”Si tratta di una indagine che occupa un periodo temporale vasto e che ha permesso di far emergere, in tutta la sua pericolosita’, la capacita’ della ‘ndrangheta di permeare e condizionare gli apparati amministrativi pubblici, imponendo con minacce ed attentati, la propria volonta’ parassitaria” afferma ancora il procuratore Nicola Gratteri.
”L’inchiesta – ha proseguito Gratteri – condotta efficacemente dai carabinieri con strumenti di intercettazione telefonica e con i sistemi classici di verifica sul territorio, e’ stata resa possibile proprio grazie alla capillarita’ della presenza sul territorio dell’Arma con le sue stazioni, e rende lucidamente uno spaccato di attivita’ criminali che convergono verso un unico obiettivo: un asfissiante controllo del territorio, perseguito anche con il condizionamento dell’elezione degli organismi di governo della Comunita’ montana Aspromonte orientale. Come si evince dalle risultanze investigative e, nel caso specifico, la ristrutturazione delle terme di Antonimina, tutto doveva passare attraverso accordi garantiti dai capi ‘locale’. Finanche il taglio dei boschi ed il commercio del legname, i lavori di messa in sicurezza delle fiumare, era ‘pratica’ che doveva essere affrontata dai capi bastone attraverso i mezzi classici di intimidazione: furti nei cantieri, incendi di autovetture di titolari di imprese”. Ad accelerare i tempi dell’inchiesta è stata anche la decisione di Rocco Varacalli e Rocco Marando, due indagati, di collaborare, dando una descrizione dei meccanismi decisionali interni alle loro cosche di appartenenza. I due, inoltre, hanno raccontato anche di alcuni contrasti pericolosi, al punto da sfiorare un vero e proprio conflitto armato, tra Giuseppe Raso, soprannominato ”l’avvocato”, che aveva la sua zona di influenza tra Cimina’ e lo Zomaro, e Nicola Romano, individuato dagli inquirenti come il boss di Antonimina.
Reggio, operazione ‘Saggezza’, Gratteri: “E’ la prima volta che sentiamo parlare di Corona. Cosche in grado di imporre la propria volontà”
