Il provvedimento ora emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, su proposta della locale Procura della Repubblica, “nel confermare il profilo di pericolosità sociale all’imprenditore“, trova fondamento nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia secondo le quali era proprio Giovanni Brusca, boss di San Giuseppe Jato, ad incassare di fatto gli ingenti profitti dell’imprenditore, nonché negli accertamenti economico – patrimoniali svolti dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo, che hanno dimostrato non solo come gli ingenti investimenti effettuati negli anni dall’imprenditore e dai suoi familiari “fossero incongruenti rispetto ai redditi dichiarati ed alle attività ufficialmente svolte, ma anche che alcune cessioni di terreni di loro proprietà erano in realtà state effettuate solo ‘sulla carta’, al fine di eludere le indagini sulla ricostruzione del patrimonio“, spiegano le Fiamme Gialle.
“Poiché parte del patrimonio dell’imprenditore, per il quale sono stati acquisiti elementi indicativi in merito all’illecita provenienza, è stato nel tempo effettivamente alienato a terzi, il sequestro ora eseguito dalle Fiamme Gialle colpisce altri beni dell’imprenditore per un valore pari a quelli di presunta derivazione illecita“, dicono gli inquirenti. Si tratta dell’applicazione di una importante previsione del nuovo Codice Antimafia che prevede appunto il sequestro e la confisca “per equivalente”, vale a dire in misura pari al valore dei beni e delle disponibilità che il titolare ha sottratto al procedimento di misure di prevenzione antimafia, che ha quindi colpito due imprese agricole, 70 terreni, 12 unità immobiliari e diversi fabbricati rurali e magazzini in Monreale, San Cipirello e San Giuseppe Jato, oltre a varie disponibilità finanziarie riferibili all’imprenditore ed ai suoi familiari, per un valore complessivo, come detto, di oltre 10 milioni di euro.
