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Progetto “Tra le case”: l’esperienza di Simone, la missione di un giovane educatore | INTERVISTA

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L’esperienza di Simone, educatore del progetto “Tra le case”: tempo, cuore e ascolto dedicati ai più giovani

Tra le case, è stato un progetto finanziato dal Dipartimento per le politiche della famiglia, che ha avuto come capofila la parrocchia di S. Maria della Cattolica dei Greci. Tanti sono stati i giovani incontrati e tanti gli educatori coinvolti. Diamo spazio, con questo articolo, alla voce di uno tra questi: Simone Labate, educatore del laboratorio di manutenzione continua e di alcune attività residenziali, giovane laureato che ha dato tempo, cuore e ascolto ai giovani incontrati.

Simone, “Tra le case”… E’ stato primo amore?

In quest’ultimo anno la mia vita è cambiata significativamente, resa piena in gran parte dal progetto Tra le Case, una bellissima iniziativa che mi ha coinvolto nel ruolo di educatore di ragazzi tra gli 11 e i 17 anni. Ho fin da subito sposato la missione e svolto il ruolo di educatore con tanta dedizione e coinvolgimento. All’inizio del percorso, non conoscendo i ragazzi, ho riscontrato qualche difficoltà, ma dandomi del tempo e spinto dalla forte passione che mi caratterizza, ho profondamente compreso l’essenza del ruolo dell’educatore. Il punto di partenza, che mi ha permesso di entrare a pieno nella missione, è stata la volontà di condurre fuori da ogni ragazzo la sua vera identità, affinché potesse riuscire a conoscersi, accettarsi e amarsi, così da sperimentare una nuova serenità. Ricordo molto vivamente il momento in cui mi è stato proposto di prender parte al progetto, e il mio è stato un sì immediato senza troppe riflessioni, perché ho sentito fin da subito di trovarmi al posto giusto e nel momento giusto per poter contribuire al futuro della città in cui vivo e a cui tengo tantissimo“.

Cosa ti ha aiutato, nonostante fatica e pandemia, a non perdere il ritmo?

È stato un anno pieno di incontri significativi, fra tutti i ragazzi, i volontari e gli altri educatori che hanno arricchito vicendevolmente le vite di ciascuno. Dentro ad ogni ragazzo c’è un mondo, completamente diverso dal mio, pieno di vita, di storie da raccontare, di fragilità, ma anche di tanta forza derivata da grandi sofferenze. Per me non è stato complicato appassionarmi, perché facilitato dal meravigliarsi continuo delle persone in cui mi sono imbattuto, cercando insieme il modo migliore per sviluppare le potenzialità di ciascuno“.

C’è un segreto nell’arte dell’educare?

Le fondamenta del mio rapporto con i ragazzi sono molto semplici: voler loro del bene e volerlo al di sopra di ogni cosa, senza nessuna aspettativa o tornaconto, vivere un rapporto sciolto da ogni dipendenza e viverlo nella semplicità di due “fratelli” che si vogliono bene e che non hanno paura di dirsi quello che pensano. Questo tipo di rapporto mi ha permesso nel tempo di rivelare la parte migliore di me e dare il massimo, prima nel mio ruolo e poi nella mia vita. La distanza di età che intercorre tra noi educatori e i ragazzi è di circa cinque o sei anni, e questo ha fatto in modo che la nostra posizione fosse in un perfetto equilibrio per poter rappresentare per loro un esempio da seguire e donare qualche consiglio accolto dalla fiducia riposta“.

Quali i risultati?

La soddisfazione più arricchente è stata quella di accorgersi della crescita dei ragazzi durante tutto il percorso, abbracciarli ogni settimana sorridenti e felici di fare di “Tra le case” la loro quotidianità, e grazie ad essa riuscire a prendere forti decisioni per migliorare la loro vita, a partire dalle cose più semplici. I ragazzi hanno appreso il concetto del prendersi cura, per esempio attraverso il laboratorio di manutenzione continua, prima di un luogo che era a loro sconosciuto, e che col tempo hanno iniziato a chiamare “seconda casa”, e successivamente delle loro relazioni: dalle piccole cose se ne imparano di grandi.

Credo fortemente che la forma nella quale è stato pensato e messo in pratica il percorso svolto sia stata vincente, perché dando un’occasione continua due giorni la settimana, i ragazzi non si sono mai sentiti soli e hanno sempre visto queste occasioni utili per la loro crescita a 360 gradi, a completamento delle conoscenze che la scuola fornisce loro. È stato per me un onore aver preso parte a questo percorso, mi sono divertito tantissimo e ho visto tante vite cambiare in meglio, a partire dalla mia, e tante delle relazioni create saranno sempre vive al di là del progetto.  Non posso che ringraziare chi ha pensato e fatto sì che tutto questo diventasse reale, perché ha contribuito concretamente al bene dei giovani della nostra città e gli effetti li vedremo sicuramente in un futuro non lontano“.