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Ponte, La Stampa chiosa: “Stretto tra gli spazi più rilevanti al mondo. Mafie? Sono ovunque, così non dovremmo far nulla”

L'articolo su La Stampa che allontana le tesi "no-ponte" pur chiarendo l'importanza di avere un progetto e una strategia che in realtà - a detta del giornalista - ad oggi non ci sono

Ponte sullo Stretto

“Perché il Ponte di Messina stavolta è l’opera strategica”. E’ questo il titolo scelto dal giornalista Lucio Caracciolo su La Stampa per parlare della grande opera di cui si è tornato a discutere negli ultimi mesi grazie all’impegno del nuovo Governo. Il giornalista esalta ed enfatizza il ruolo che costituirebbe la costruzione e il successivo utilizzo dell’opera, ma “frena” quando si parla di progetto, alla luce delle ultime parole dell’Ue. “Non abbiamo una strategia”, si legge in un passaggio dell’articolo. “Ogni paese che si rispetti dovrebbe mirare a stabilizzare le aree di frontiera e a collegare le periferie al nucleo centrale. Da almeno trent’anni ci affanniamo in direzione opposta e contraria. Destabilizziamo le frontiere e disconnettiamo il paese”. “Ma – prosegue – restituire la Sicilia all’Italia e l’Italia alla Sicilia sarebbe segno di consapevolezza geopolitica. Lo Stretto di Sicilia è uno degli spazi più rilevanti al mondo. Non molto meno dello Stretto di Taiwan”. E sottolinea l’importanza del Mediterraneo: “nel triangolo fra Stati Uniti, Cina e Russia il controllo di questo braccio di mare è essenziale. Oppure dobbiamo considerare turistica la visita di Xi Jinping in Sicilia nel 2019? Senza dimenticare le strutture di Sigonella e Pantelleria. Oggi la principale rotta migratoria passa per quello Stretto. I progetti cinesi di via della seta marittima considerano essenziale il transito tra Sicilia e Nordafrica”.

Oltre a questi aspetti, ci sono quelli più vicini all’Italia e ai nostri territori: “abbandonare la Sicilia e con essa il Sud in paurosa decrescita demografica a sé stessi e all’influenza di potenze non necessariamente benevole significa disfare l’Italia. Puntare sul Ponte, sull’espansione dei porti siciliani e sull’alta velocità da Bolzano a Trapani, è minimo sindacale per non perdere faccia e patria”. E poi una chiosa finale, che dovrebbe far riflettere molti, per non dire tutti, quelli che per ideologia – che fa rima con provincialismo, mancata visione di sviluppo, ambizione e futuro nonché scetticismo all’ennesima potenza – hanno in bocca solo la mafia per questa e altre grandi opere: “qualcuno dirà, è terra di mafie. Dunque non dovremmo far nulla perché le mafie sono dappertuttoevidenzia il giornalista – Le grandi infrastrutture sono il segno che lo Stato c’è e la nazione pure. Rinunciarvi significa che l’uno e l’altra non hanno senso”, conclude.