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Il fastidio di pensare – La politica col tempo contato

dieni movimento 5 stelle (1) Foto StrettoWeb / Salvatore Dato

Noi non siamo, a priori, favorevoli a un numero limitato di candidature a una qualsivoglia carica amministrativa. L’idea nasce da un disgusto culturale verso la politica che nel tempo si è sempre viepiù andato radicando a motivo della bassezza morale dei suoi protagonisti e del modo come la vanno praticando. Ma noi crediamo che si debba sempre separare un’arte da chi la pratica e dal modo come viene eseguita, e continuiamo a credere che la politica, nonostante si sia qui enormemente depauperata, sia un’arte nobilissima, anche se praticata in maniera ignobile. Non perché ogni tanto crolla qualche ponte smettiamo di credere che l’ingegneria smetta d’essere una validissima scienza.

E siccome qualche politico eccellente, per la legge dei grandi numeri, questo beneamato ma sfortunato paese lo ha anche prodotto, noi ci guarderemmo bene dal chiedere a un Giolitti o a un De Gasperi, dopo qualche anno, di ritirarsi a vita privata perché s’ha bisogno di forze nuove. Crediamo che il problema non sia nella durata, ma nella qualità.

E quindi ci sembra sbagliata l’idea di fondo del partito che si è imposto questa norma facendone anzi un dogma morale. Ha pensato il Movimento Cinque Stelle, spinto da una visione idealistica contro il marciume generalizzato, che poiché in Italia la politica è diventata un luogo per mestieranti che non la usano per servire ma per arricchirsi che chi la fa in quel movimento non solo deve guadagnare solo quanto gli basta, ma addirittura dopo un certo periodo è obbligato a lasciarla: non deve diventare un mestiere, ma un servizio. E, posti questi limiti, ha chiamato ognuno a riprendersi ciò che era stato loro depredato. Perché, in fondo, “uno vale uno” e non c’è alcuna differenza tra gli uomini. Insomma, non esistono campioni o schiappe: datemi undici persone oneste e vi mostro come si vince il campionato.

Ma quello di tagliare stipendi e carriere è solo un modo miope e forse anche demagogico di risolvere i problemi della degenerazione della politica. Il problema non è solo di costi (smisurati) o di durata, ma soprattutto di individui. Non ci si può accontentare che si presenti un incensurato (una banalità ma che in Italia è già un atto rivoluzionario) e per il resto questo o quello per me pari sono. Se messa nel posto giusto, la persona sbagliata riesce a fare tanti di quei danni in un paio d’anni quanti la persona giusta non riuscirebbe a risolverne in dieci. E quindi per taluni anche una singola legislatura è eccessiva, per altre due sono poche.

La politica, se ben fatta, diventi pure un mestiere: io sono ben contento di pagare un Cavour, se mi porta dei risultati eccellenti: il problema è quando devo pagare un incompetente che fa danni. I risultati di questo idealistico appello al nobile dilettantismo e di questo aprire le porte a una visione omologante della democrazia si sono presto visti: dall’inizio della legislatura il partito che aveva di gran lunga il maggior numero dei parlamentari ne ha persi per strada più di metà. È un dato che fa pensare, anche in un parlamento dove un trasformismo di questuanti spariglia da sempre le forze politiche. E che indica come l’uomo comune a cui ci si appella per questa renovatio è in realtà un ideale molto vago e la politica meriterebbe di essere vista con più raziocinio. Detto in altri termini, non perché la politica riguarda ognuno, ognuno si deve riguardare di politica. Se i suoi criteri per accedervi sono solo l’indignazione, si stanno solo mettendo dei nuovi avventurieri a sostituire quelli vecchi che improvvisamente si troveranno nelle sacre stanze senza neanche rendersi conto di come sia potuto accadere, a respirare il pericoloso odore del potere e sperare che non se ne ubriachino.

L’ultima a fuggire, in ordine di tempo, è la deputata reggina Federica Dieni che, temendo di perdere il suo scranno, con un discorso pieno di retorica ha improvvisamente scoperto di non ritrovarsi più nei principi del movimento che per due legislature glielo ha mantenuto e, alla ricerca di un nuovo accasamento, ci ha messo poco a trovarlo, anche se in un partito dove prima ci si guardava di sbieco. Il giornalista Andrea Scanzi approfitta per notare con malinconia quanti voltagabbana e scalzacani quel movimento abbia regalato alla politica. Intendiamoci: di scalzacani e voltagabbana è pieno un po’ tutto il parlamento, ma fa un certo effetto in un movimento che era andato all’arrembaggio della politica con così rigidi criteri moralistici. Il fatto è che se apri le porte a tutti in maniera rousseauiana quasi vergognandoti al solo pensare di fare una minima selezione perché ognuno deve valere quanto qualsiasi altro di questo alla fine riempirai il partito e, ahinoi, il parlamento che credevi di ripulire: scalzacani.

Ma il problema è che tutto questo dopo anni non sembra avere maturato nel movimento alcuna riflessione per creare una classe dirigente, ed ecco una tabula rasa per fare posto a una nuova massa che già si agita alle porte: la via di Damasco è pronta a riempirsi di nuovo.