Quando la seta calabrese era tra le migliori d’Europa: viaggio nella produzione del baco tra Reggio e Catanzaro

"A proposito della produzione della Seta in Calabria": il racconto del Prof. Filippo Arillotta

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“Leggo con grande interesse del felice tentativo di una giovane azienda di San Floro, in provincia di Catanzaro, di riprendere l’allevamento del baco da seta a scopo commerciale. Non posso che esserne felice, stante il fatto che le testate giornalistiche hanno subito evidenziato l‘interesse di una grande azienda del settore per la produzione effettuata da questa giovane attività. Questa notizia potrebbe dare finalmente il via alla ripresa di una attività che per secoli ha costituito ricchezza e guadagno per le nostre contrade: arrivata in Europa grazie alla corte di Bisanzio, la seta è stata prodotta in tutto il Mediterraneo, là dove le condizioni ambientali lo consentivano: infatti era una produzione particolare, sia per la necessità di una grande quantità di foglie di gelso, di cui si nutrivano incessantemente i bachi, sia per la delicatezza degli stessi, che rischiavano di morire per un nonnulla”. Comincia così il pensiero del Prof. Filippo Arillotta, che ripercorre la storia della produzione di baco da seta in Calabria.

Catanzaro e Reggiosi legge ancora – divennero famose per la loro produzione; e in particolare la seta “Reggina” o “Reggiana” costitutiva lo standard qualitativo per le sete d’Europa, grazie alla sua purezza e al suo colore bianco candido, che la poneva un gradino più in alto rispetto alle sete normali, di colore giallo chiaro. In realtà, la seta migliore si produceva a Sambatello, che aveva le caratteristiche suddette: tuttavia, anche quella prodotta in città era di grande pregio, come pure apprezzata era quella di Catanzaro, che era nota per i suoi velluti. Moltissimi sono i riferimenti alla seta nelle storie che ci sono state tramandate: per averne un’idea, basta rileggere quanto, per Reggio, riporta lo Spanò Bolani. La vita della città gravitava intorno alla seta; e probabilmente fu proprio per togliere alla comunità ebraica che fu promulgato l’editto di espulsione del 1511; dopo di quella data, il monopolio del commercio reggino passò nelle mani dei Genovesi, e i reggini certamente non ci guadagnarono”.

“E proprio per la seta nacque il primo insediamento industriale, durante il ‘700 – prosegue ancora il racconto Arillotta – la città di Villa San Giovanni, da piccolo borgo, fu scelta per diventare sede di filande che riprendevano il modello inglese, grazie al quale si otteneva una maggiore quantità di prodotto e a qualità costante. E a rileggere le relazioni che parlano della loro organizzazione, si resta stupiti per la grande modernità che se ne rileva: le operaie erano donne che avevano una paga prestabilita, una mensa, turni di lavoro sostenibili; inoltre alle filande era annessa una scuola, in cui le insegnanti erano le operaie più esperte. L’eccessiva tassazione e, agli inizi del XX secolo, l’avvento delle fibre sintetiche, determinarono via via la fine di una produzione che aveva garantito benessere alle famiglie calabresi: forse adesso è giunto il momento di pensare alla creazione di un Distretto della Seta, certamente legittimato dalla Storia, agevolato dalla Natura, favorito dalla richiesta di materie prime genuine e garantite. Un’ultima riflessione: se si scavasse nella Storia senza strumentalizzarla per cercare di giustificare campanili e cappelli o, ancor peggio, balzane teorie suprematistiche, forse riusciremo a ricavarne notizie utili per ripercorrere un cammino verso un benessere che per secoli, questo sì, ci è appartenuto”, conclude.

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