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Piani di pace, fiato sprecato

‘Un flusso di coscienza’. Sono queste le parole usate dall’ex controfigura di Putin, Medvedev, per liquidare il ‘Piano di pace’ per l’Ucraina presentato dal governo italiano addirittura all’ONU. Parole sprezzanti che paiono molto vicine a quelle altrettanto irridenti dell’aforisma siciliano «apri ‘a vucca e fa parlari ‘u spiritu» intendendo dire che si apre la bocca solo per far uscire il fiato e non parole sensate.

Non c’è dubbio che il colpo che i russi hanno dato alla nostra diplomazia è pesante: l’irrisione è totale; a parte il fatto che essi negano di aver ricevuto ufficialmente il piano, lo hanno qualificato come ‘filosofia da poltrona’ o come «preparato non da diplomatici, ma da scienziati politici locali che hanno letto i giornali di provincia e operano solo con fake ucraini».

Per carità di patria non diciamo che i russi hanno ragione, naturalmente non nell’aver mosso guerra ma nel non tenere in nessuna considerazione un tale c.d. piano.

Non si deve essere ‘diplomatici’ per sapere che un ‘piano di pace’ non cresce sugli alberi come le nespole ma è il frutto di un processo nel quale non può piovere dall’alto un ‘demiurgo’ che risolve l’ardua scena della guerra.

Diciamo la verità, un piano del genere lo avrebbe potuto scrivere chiunque e questo non è un giudizio sulla sostanza delle sue proposte, più o meno condivisibili, bensì sul metodo che lo ha portato alla luce: viene il sospetto, che dietro di esso vi siano finalità più di bassa politica interna che di alta politica estera.

Si ha la sensazione che il povero Di Maio abbia avuto questa alzata d’ingegno per accodarsi in qualche modo alle ‘intelligenti idee di pace’ del suo ‘capo politico’ (a proposito! non è strano che il rivoluzionario Movimento 5 stelle sia l’unico partito politico che abbia al suo vertice un ‘capo’ – tra l’altro nominato dall’alto – e non un semplice segretario?), e per rispondere alle incessanti richieste di ‘grandi iniziative di pace’ (naturalmente anti-NATO) dei vari Travaglio, Santoro, Revelli, etc., più che per portare a conclusione un percorso diplomatico condiviso con le parti in causa.

Non ci meraviglia che questa iniziativa sia stata presa dall’inesperto ministro degli esteri ma siamo preoccupati per il fatto che, nella Farnesina, nessuno lo abbia avvertito del rischio di un tale passo: forse che, anche in questo vecchio sacrario, mancano gli esperti? E ci meraviglia ancora di più che il governo nel suo complesso abbia autorizzato il ministro a presentare il piano al Segretario generale delle Nazioni Unite: ci viene il dubbio che lo abbia fatto ad insaputa di Draghi.

O no?