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Il fastidio di pensare – Il disagio della democrazia

La democrazia in Italia è parola ovunque pronunciata ma poco compresa, un po’ come adesso in ogni occasione si accusa di essere fascista chiunque non la pensi come noi. Le parole, a furia d’essere ripetute, si consumano e infine si usurano e alla fine si svuotano di significato e di valore. Democrazia in pericolo in Italia? Ma in Italia, mi si dice, è tutto legale: il parlamento e il governo sono stati eletti, secondo il pieno modus costituzionale. Ogni cosa ha il suo iter, non c’è nulla fuori posto, nulla di cui lamentarsi. E forse sei tu che ti lamenti di qualcosa ad essere un antidemocratico, e magari se lo fai troppo a voce alta va finire che scopri pure d’essere un fascista.

Come ho già osservato, dal punto di vista legale, anche il governo fascista fu eletto, e lasciò intonso lo Statuto Albertino ed ebbe, rispetto a questo governo, una opposizione parlamentare un po’ più ampia e di peso (ma ci vuol poco). Non c’è Stato sul mappamondo, al momento, tranne qualche oscuro regno che il parlamento non lo possiede nemmeno, che non tragga il suo governo da elezioni politiche anche correttissime, ma solo qualche inguaribile ingenuo può pensare che solo perché ovunque di tanto in tanto sono bandite le elezioni le dittature sono scomparse dal mondo. Al di là della correttezza delle forme, uno dei drammi della democrazia si ha quando la gente capisce di incidere pochissimo o nulla sul potere politico e, pur chiamata a votare non si presenta nemmeno e quindi si hanno bassissimi afflussi elettorali e governi con una scarsissima opposizione (nulla a che vedere con l’Italia, naturalmente: il governo kazako ha un’opposizione ancora più piccola).

Hans Kelsen, il più grande filosofo della democrazia moderna, scrisse nella sua opera in cui raccolse le riflessioni su questa forma di governo, in gran parte maturate durante l’esilio all’avvento del nazismo, che la democrazia è solo una forma di governo tra tante altre, con cose positive e cose negative (una dittatura, per esempio, ha anche le sue qualità: permette di agire più velocemente, non dovendosi scontrare con dibattiti parlamentari e opposizioni varie, e questo ci dovrebbe far maturare qualche riflessione); ma tra le sue qualità ha questa di essenziale: è la forma politica che, pur tra i suoi difetti, permette di rispettare la libertà. E la libertà le deriva non dalla conoscenza di ciò che è giusto, ma proprio, e ci sorprenderemo, dalla coscienza della nostra ignoranza. Quando si decide, in una democrazia, lo si deve fare sempre con la coscienza che lo si fa sapendo di non possedere la verità, e che anche chi si oppone a una decisione potrebbe essere nel giusto. E quindi i voti in una democrazia servono solo, in mancanza di verità, a giustificare decisioni, ma sempre con la coscienza che anche chi propone una alternativa possa avere ragione: se noi sapessimo cosa è giusto e cosa è sbagliato, dice Kelsen, non avremmo bisogno di dibattere e di votare. È proprio la coscienza di questo nostro limite la debolezza e la forza della democrazia. Per questo tutela le minoranze, cosciente della lezione della storia che le minoranze le ha ostracizzate, e per questo non tollera chi della verità pretende di essere il detentore. La libertà ha il suo prezzo, e il suo prezzo è la pazienza di ascoltare gli altri e di porre da parte la nostra presunzione nell’idea che anche chi non pensa come noi può dire qualcosa di giusto, anche se la sua decisione non sarà quella vincente.  A questo proposito  Kelsen mette in risalto un brano di Platone dalla Repubblica su come dovrebbe essere trattato un uomo di qualità superiori, una sorta di genio: “Noi l’onoreremmo come un essere degno d’adorazione, meraviglioso ed amabile, ma dopo avergli fatto notare che non c’è uomo di tal genere nel nostro Stato, e non deve esserci, untogli il capo ed incoronatolo, lo scorteremmo fino alla frontiera”(corsivo nostro). Il pensiero antico si è sempre domandato se è meglio essere guidato dal migliore tra gli uomini o da leggi migliori e, appunto, Platone ancora nell’ultimo dei suoi dialoghi diceva che le città decadono quando non è l’uomo a sottostare alla legge ma la legge a sottostare agli uomini.  Ma ovviamente, certo, in questo mondo di dubbi e di incertezze, se qualcuno sa di possederla, la Veritas, la democrazia cessa di avere senso: che senso ha votare, o dare ascolto agli altri se si ha la coscienza di essere nel giusto? La democrazia è il regno dei dubbi, non delle certezze; di chi cerca, non di chi ha già trovato; di chi vuole trovare una strada, non di chi vuole trovare una guida. Ma qui in Italia degli uomini al di sopra si è sempre sentiti orfani, si sono sempre cercati degli uomini superiori che possano risolvere tutto e appunto quando si sono trovati questi uomini migliori il problema si è considerato risolto. E infatti la democrazia è stata sempre considerata un qualcosa da mettere pure da parte. Di fronte a un governo che è considerato di migliori già intellettuali di grido o vecchi presidenti del consiglio non si ritraggono dal chiedere con l’ambiguità che è tipica del modus italico l’abolizione di libertà di stampa e poteri dittatoriali e, se qualche libertà costituzionale, alla fine, viene maltrattata, in fondo si può anche soprassedere. Tanto, l’importante è che colui che guida sappia il fatto suo. Hitler, che era uno convinto di essere assistito da Dio, quando De Benedetti lo andò a intervistare, gli disse chiaramente che il suo programma prevedeva l’abolizione della democrazia: certamente aveva tanti difetti, ma se non altro era un uomo chiaro.