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Il fastidio di pensare – Il diritto di ubbidire

vaccino-covid-giovani Foto di Nathalia Aguilar / Ansa

Una signora, dopo il mio ultimo articolo, mi ha fatto notare sdegnosa che paragonare la situazione di chi non ha fatto il vaccino a quello delle grandi discriminazioni del Novecento e, soprattutto, a quelle subite dagli ebrei, è semplicemente abominevole. Si tratta di situazioni moralmente e storicamente completamente diverse. Innanzitutto perché chi il vaccino non lo fa è egli stesso responsabile della sua situazione (e delle sue discriminazioni). Ne deriva, ragionando in negativo, che un ebreo o un negro non erano responsabili di questa disgrazia che gli era capitata d’esser negri o ebrei. Insomma, se un ebreo non poteva entrare in un negozio o un negro dell’Alabama non poteva sedere nei posti davanti di un autobus, questa era una discriminazione a cui loro non potevano ovviare (ma in realtà il motivo c’era, a sapere ragionare storicamente: e che forse gli scienziati del tempo non hanno spiegato abbondantemente che c’erano razze superiori e inferiori?) ma qui è lo stesso discriminato ad essere causa del suo male: e chi glielo ha detto a Brodskij di scrivere poesie? Se non voleva finire in carcere, buttasse via quei fogli e si aprisse un negozio di ferramenta, che la società ne ha più bisogno. E quel giornalista curdo, se non voleva essere minacciato, la finisse pure lui di scrivere, e si andasse a iscrivere ad Al Baath, che la società è sempre pronta a perdonare chi riconosce d’aver sbagliato. Mentre, per converso, se uno scopre di essere un povero negro, o un ebreo, o magari un omosessuale – specie ora che si scopre che non lo fanno apposta a non guarire, è proprio che non ci riescono – beh per quelli si può avere più comprensione se ogni tanto alzavano la voce quando la società li trattava male: non era proprio colpa loro se scoprivano di essere nati dal lato sbagliato del mondo, di essere gli scarti del progetto di un mondo perfetto di un Dio crudele. A loro questa possibilità di passare dal lato giusto non è stata data, mentre noi irriconoscenti ce la abbiamo e non ne sappiamo approfittare: ecco, noi abbiamo la possibilità di far terminare le nostre discriminazioni purché accettiamo di ubbidire, quindi siamo due volte colpevoli, una volta perché sbagliamo a porci fuori dalla verità, una perché stupidamente ci ostiniamo a pretendere questa sciocca libertà. Ma uno Stato magnanimo è sempre pronto a riaccogliere paternamente tra i suoi ranghi chi accetta di rimettersi al collo la sua catena. Ma c’è un altro motivo che la signora crede di porre a giustificazione di tutte queste discriminazioni, un motivo alto, nobile, scientifico, di ordine pubblico. Chi non si vaccina, biecamente, senza alcun ritegno, mette a repentaglio la salute altrui. Insomma, è giusto che stia ai margini. La società ha tutti i motivi per non farmi viaggiare o tagliare i capelli. Possono viaggiare mafiosi, pedofili, gente armata e malati d’ogni specie, basta che abbiano il codice. Ma io, se anche sono un bravo ragazzo con la fedina penale pulita e godo d’ottima salute sono considerato un individuo esecrabile: è la mancanza di quel tesserino che determina non quel che sono, ma quel che la società ha scelto di considerarmi.

Cosa c’entra la scienza in tutto questo, è presto detto. Adesso per esempio sembra che sia stato rivisto il passo del decreto, o perché sembrava troppo vergognoso o troppo imbecille (le due cose, non di rado, vanno in sublime armonia) che riguardano le spese nei supermercati. Sarei potuto entrare in un supermercato ma mi sarebbe stato concesso di acquistare solo alcune cose: del pane, per esempio, o qualche pomodoro, ma guai a spostarmi nello scaffale accanto. Lì potrei trasmettere il virus. E a controllare che non abbia trasgredito all’uscita subito avrei trovato qualcuno pronto a perquisire il carrello, e guai a me se, dietro la lattuga o due arance ci avrebbe trovato un libro o magari mi sarei fatto tentare da qualche scatola di cioccolatini per la mia amata: queste cose, se le voglio, devo rubarle e nasconderle veloce sotto la giacca, quando non guarda nessuno (d’altronde, si sa che in Italia i libri sono cose pericolose). Entrare si può, però puoi acquistare solo alcune cose, perché chi non ha fatto il vaccino ha solo il diritto di tenersi in vita, ma non di vestirsi, o di leggere, o di divertirsi. Queste cose le può vedere, ci può passare davanti, ma non le può afferrare, come Tantalo, anche se sarebbe disposto a pagarle, come tutti gli altri essere umani. Ma a lui, appunto, non è concesso questo status di essere umano. È il suo esistere che è peccaminoso in una società di perfetti: gli viene concesso di esistere, ma adesso non s’allarghi. Chi non s’è vaccinato ha solo diritto di tenersi in vita, al limite indispensabile, ma che non avanzi la pretesa non dico di leggere, roba già da snob, ma di coprirsi o di mettersi un paio di scarpe: gli saranno sequestrate all’uscita (quanto ai cioccolatini qui si apre una disquisizione da Corte Costituzionale: sono cose che si mangiano, ma è una mezza furbata, dai, ci si può sostentate anche senza … insomma, se è consentito acquistarli lo lasciamo ai giuristi). Fatti bastare quelle che hai. Deve essere un nuovo esperimento per combattere questa insulsa società dei consumi. Ci avevano provato pure nei lager, dove infatti ci si vestiva come si poteva.

In appendice al Fu Mattia Pascal Pirandello, temendo di avere scritto un’opera dalla trama troppo bizzarra, aggiunse una notizia ricavata da un giornale statunitense, quasi a giustificarsi che la realtà, a saperla leggere, può rivelarsi nelle sue pieghe ancora più bizzarra di quanto la fantasia possa immaginare. Ma in realtà non è necessario guardarla nelle sue pieghe; forse ai suoi tempi, quando ancora c’era ancora un po’ di serietà, certe notizie finivano tra le curiosità nei trafiletti dei giornali domenicani. Adesso il confine tra serietà e umorismo è stato completamente abolito, il re passeggia tranquillamente nudo senza che nessuno lo trovi strano e se qualcuno lo fa notare sembra lui il folle e i decreti del governo sembrano capolavori di giurisprudenza. La vecchia imbellettata di Pirandello, che per anni è passata come un modello di tragicità interiore, adesso sembrerebbe un soubrette.