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Due pesi e due misure

Tutti ci scandalizziamo, più o meno giustamente, quando qualcuno si permette di paragonare le discriminazioni nei confronti di chi non si vaccina all’Olocausto. “Vuoi mettere il divieto di mangiarti una pizza con i campi di concentramento?”. Certo che no. Ma nessuno si scandalizza se quotidianamente i massimi esponenti politici, istituzionali e più o meno autorevoli opinionisti tv si permettono di paragonare la pandemia ad una “Guerra”. Quante volte lo abbiamo sentito ripetere in questi due anni? Lo disse Conte, lo ha ripetuto Draghi, e non è forse altrettanto blasfemo? Cosa c’è di diverso tra paragonare il Green Pass alla Shoah e paragonare il Covid alla Guerra? Il lockdown con i bombardamenti, la zona rossa con gli assedi, il coprifuoco con il saccheggio, il contagio con le mitragliatrici, il ricovero con le torture?

Già a marzo 2020, nel pieno del primo lockdown e nel momento più drammatico della pandemia, il noto scrittore e giornalista scientifico Giancarlo Sturloni, esperto di comunicazione del rischio, segnalava quanto fosse scorretto utilizzare un linguaggio militare per raccontare la pandemia in un bellissimo articolo in cui scriveva:

Forse è il momento di chiederci se il linguaggio bellico sia adeguato a descrivere quel che stiamo vivendo, partendo dall’unico punto fermo: le epidemie non sono una guerra. Non c’è nessuna guerra là fuori. Chi per mestiere è chiamato a raccontare ciò che accade, oggi dovrebbe domandarsi se valga la pena di rappresentare l’epidemia di COVID-19 mediante un linguaggio militare ottocentesco, con il rischio di acuire la conflittualità in un momento in cui avremmo invece bisogno di collaborazione internazionale, solidarietà ed empatia per la sofferenza causata a tante persone. Medici e infermieri sono lavoratori da tutelare, non eroi da spedire al fronte senza protezioni adeguate. E la perdita dei nostri cari non può essere assimilata alla contabilità di un bollettino di guerra. Forse è arrivato il momento di demilitarizzare il linguaggio delle epidemie

Sturloni, poi, cita l’intellettuale Susan Sontag che nel suo libro intitolato “L’Aids e le sue metafore” concludeva:

Nessuno ci sta invadendo. Il corpo non è un campo di battaglia. I malati non sono né le vittime né il nemico. Noi – la scienza medica, la società – non siamo autorizzati a passare al contrattacco con qualsiasi mezzo… E per quanto riguarda la metafora in questione, quella militare, io direi, se mi è concesso parafrasare Lucrezio: rendetela a chi fa la guerra.

Sempre nel 2020, a maggio, lo scrittore Massimiliano Panarari su L’Espresso commentava come “Questa retorica della guerra applicata al virus danneggia la democrazia” e infatti così è stato. Dopo due anni nessuno ha fatto tesoro delle indicazioni di Sturloni e Panarari, e adesso ci siamo ridotti che l’emarginazione dei non vaccinati viene interpretata come un nuovo Olocausto proprio perché è da due anni che media e politici raccontano una guerra che non c’è. Ma se ci fosse davvero, allora il paragone del Green Pass con la Shoah sarebbe perfettamente calzante. Se la pandemia è una guerra, il Green Pass è la Shoah. Questo paragone così discusso è una diretta conseguenza di chi da due anni racconta la pandemia come una guerra. Una narrazione blasfema tanto quanto il paragone dei non vaccinati che si sentono come gli ebrei. Con la differenza che per loro si scandalizzano tutti, mentre il retorico e speculativo racconto bellico della pandemia viene incredibilmente accettato come se fosse normale da una società che – per fortuna – una vera guerra non l’ha mai vissuta.

Come si suol dire, facciamo due pesi e due misure.