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Messina, il New York Times esalta il Sindaco De Luca: “dopo 113 anni risolto il problema delle baracche”

new york times sulle baracche di messina

Il New York Times ha realizzato un servizio sulle baracche di Messina e raccolto le testimonianza degli abitanti

“Nelle baraccopoli siciliane, un’attesa lunga 113 anni per la casa potrebbe essere finita”. Titola così il New York Times sulla vicenda delle baracche a Messina, un incubo che finalmente sarà risolto grazie al grande lavoro svolto negli ultimi anni dall’Amministrazione del Sindaco Cateno De Luca e dall’agenzia per il risanamento Arismé, presieduta da Marcello Scurria di concerto con il governo nazionale. “Dopo il terremoto del 1908 a Messina, gli sfollati furono trasferiti in baracche provvisorie. Migliaia vivono ancora nello squallore, ma la pandemia ha spinto finalmente Roma ad agire”, racconta il noto giornale americano che nel suo report racconta le vite di quelle famiglie che per generazioni hanno vissuto in quell’inferno, tra condizioni sanitarie terribili e l’amianto sui tetti delle proprie abitazioni. “Nel 1908, un devastante terremoto colpì Messina – ricorda The New York Times – , uccidendo circa la metà della popolazione, mentre il 90% della città crollò. In seguito, le autorità hanno costruito baracche temporanee, prevedendo che alla fine sarebbero stati costruiti alloggi appositamente per gli sfollati. Ma è passato oltre un secolo, circa 6.500 italiani vivono ancora in tuguri di fortuna sparsi per Messina, incuneata tra foreste di pini ed eucalipti nello Stretto che separano la Sicilia da Reggio Calabria e l’Italia continentale”.

Ora, dopo decenni di promesse non mantenute, l’emergenza del Covid-19 sembra essere stata finalmente l’occasione per la “liberazione”. Dopo che i gravi focolai di contagio nelle baraccopoli della città hanno attirato l’attenzione nazionale, il governo ha stanziato 100 milioni di euro per migliorare le abitazioni a Messina, nell’ambito di un piano di misure per frenare la pandemia. L’obiettivo è rimuovere tutti da quelle case insicure nel giro di tre anni. “Il coronavirus ha acceso i riflettori su una situazione che si erano rifiutati di vedere”, così affermava Cateno De Luca riferendosi al governo nazionale. Il New York Times incensa il primo cittadino di Messina ricordando che “sin dalla sua elezione nel 2018, aveva lavorato per cancellare le baraccopoli e sempre cercato di attirare l’attenzione nazionale su di esse”.

“Nella più antica di quelle baraccopoli sono ancora visibili parti in legno delle baracche originarie, rappezzate negli anni con sottili muri di cemento, reti metalliche, compensato, lamiere e fili di plastica – si legge ancora sull’articolo – . Altre baracche furono costruite negli anni Trenta dal regime fascista di Benito Mussolini. Attorno e tra di loro, sotto svincoli autostradali e sotto i ponti coperti di alberi di buganvillea, si sono moltiplicate le caserme più recenti, divenendo uno dei segni distintivi della città di Messina. Le famiglie che vivono qui fanno quello che possono per decorarle come fossero vere case. Dipingono le pareti con colori vivaci, riparano incessantemente i tetti rotti, combattono le continue perdite di fogna e tappano i fori fatti da topi e vermi. Alcuni usano fragranze forti all’interno per sopraffare l’odore della spazzatura proveniente dall’esterno. I genitori coprono le pareti macchiate di umidità con le foto dei loro figli mandati a vivere altrove con i parenti a causa dell’asma o di altre condizioni di salute. Le madri promettono alle loro figlie un balcone, proprio come le loro stesse madri avevano fatto con loro”. Con i fondi provenienti da Roma questo incubo dovrebbe cessare, ma come racconto The New York Times qualcuno è ancora scettico: “non mi fido più di nessuno, troppe volte sono stato preso in giro”, ha confidato al giornalista il sign. Sebastiano, 58 anni, che vive in un blocco di baracche stretto tra un canale ostruito e l’obitorio dell’ospedale Papardo. E, come lui, nessuno degli abitanti intervistati dalla giornalista Emma Bubola nutre speranze sul futuro dopo decenni di promesse. “Mio marito diceva che saremmo morti nella baracca – conclude la signora Fucile – . Infatti lui è morto qui”. La speranza è che davvero sia questa la volta buona per cancellare definitivamente un incubo storico, anche e soprattutto per quei cittadini che sono morti sognando di poter vivere in una casa vera.