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Migranti, Lucano: “soddisfatto per la riapertura dell’istruttoria, penso che sarò assolto in appello”

Mimmo Lucano Foto di Marco Costantino / Ansa

Migranti, le parole dell’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano

Sì, sono soddisfatto. Anche se non capisco molto queste procedure tecniche. Ma è tutto così assurdo, certe volte mi sembra che quando si rincorrono sogni e ideali ci sono sempre dei contrattempi. Ma io non ho perso mai la speranza, non l’ho mai persa perché, lo dico anche quando vado dove le persone mi chiamano, è qualcosa che riguarda la giustizia, i valori sociali, l’accoglienza, i valori politici, la democrazia, a prescindere dalla mia storia personale. Io penso e spero di essere assolto in appello“. Così all’AdnKronos l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, commenta la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, con il parere favorevole della pubblica accusa, disposta dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria.

Lucano è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Locri a 13 anni e 2 mesi nell’ambito del processo ‘Xenia’ per una serie di reati che avrebbe commesso nella gestione dei migranti ospitati a Riace (Rc). “Ho sempre avuto la speranza che il processo d’appello vada diversamente -sottolinea Lucano -, perché mi è sembrato tutto così assurdo…l’ho detto apertamente, io rifarei tutto, non mi devo nascondere. Ciò di cui mi accusano io l’ho fatto. Sono stato condannato per abuso d’ufficio, in sostanza per aver trattenuto, secondo la sentenza di condanna, i migranti più a lungo. Significa che normalmente dopo sei mesi devono andare via. Ma chi l’ha stabilito? Non una legge dello Stato, attenzione, ma delle linee guida fatte da burocrati, da impiegati dello Sprar con i quali io da sindaco sono stato impegnato in prima linea sui territori. E dicevo, quando mi chiamavano a Roma, attenzione, perché sei mesi di permanenza non sono nulla, è troppo poco, la gente non sa parlare l’italiano”.

Loro  – aggiunge – mi chiedevano, con ironia, quanto dovessero rimanere, e io ribattevo che non dovevano esserci atteggiamenti restrittivi su questioni di interesse sociale, l’accoglienza degli ultimi, di persone che non hanno nulla. Mandarli sulla strada dopo sei mesi è un fallimento per l’accoglienza, ancora di più per Riace che aveva risvegliato le coscienze. Il mio obiettivo, dunque, era dimostrare che sei mesi erano insufficienti”. “Ma mi hanno accusato anche di truffa aggravata  – osserva – perché avrei determinato dei costi aggiuntivi per quelli che loro chiamano ‘non aventi diritto’. In realtà il fallimento economico c’è proprio quando mandiamo i migranti per strada, perché significa che gli investimenti dello Stato non sono serviti a nulla“.

Poi mi hanno accusato anche di associazione a delinquere – spiega Lucano -, ma la prima persone con cui ho collaborato quando ancora non ero sindaco è stato il vescovo di Locri, Monsignor Bregantini, perché quegli ospiti, i ‘compagni’ del Pkk, i curdi che sono sbarcati a Riace, sono stati ospitati nella Casa del Pellegrino di proprietà della curia vescovile. E io con il vescovo ho collaborato, e poi è venuto a testimoniare e gliel’ha detto. E insieme all’ex sindaco abbiamo fatto cose previste nell’enciclica di Papa Francesco ‘Fratelli Tutti’, sono scritte là”. “Io rifarei tutto –ribadisce Lucano-, e anche se mi dicessero che affermandolo mi ricondannerebbero, per me non è un problema, condannatemi, ma non posso rinnegare ciò che ho fatto. Io questo non lo baratto, a costo di vivere tutta la mia vita dentro il carcere. Cos’è la vita senza un ideale? Io non ho paura del carcere. Anche se mi chiedo: perché dovrei finire la mia vita nel carcere? Che cosa ho fatto?“.

Poi mi hanno condannato anche per le carte d’identità- spiega ancora Lucano-, per un gesto di generosità. Le ho pagate io le carte d’identità, perché i rifugiati non hanno i soldi. Ecco, questo è stato un messaggio a tutti quelli che hanno intenzione di essere generosi, come dire ‘non lo fate oppure vi puniamo'”. “E’ tutto così assurdo – aggiunge Lucano-, c’è un equivoco di fondo, perché quelli che mi hanno condannato non conoscono Riace, io non le ho viste mai quelle persone. Conoscono Riace attraverso l’aspetto burocratico, delle carte, ma quelli che invece sono venuti a Riace hanno visto un’altra storia. Riace è stata l’avanguardia di quei progetti, perché con gli stessi soldi con cui normalmente si gestiscono le attività ordinarie dell’accoglienza, a Riace abbiamo costruito anche per il dopo, per dare una prospettiva alle persone che arrivavano ma anche alle persone del luogo. Io da sindaco ho avuto questo sguardo“.

Alla fine – prosegue Lucano – è stato il modello Riace quello studiato e copiato. E come mai a un certo punto diventa un modello criminale? E allora ho pensato che non si vuole permettere una narrazione di valore e che crea speranza in una terra dove sembra non esserci nessuna altra prospettiva se non una narrazione giudiziaria. Ecco, c’entra pure questo, c’entra il fatto che in uno dei luoghi più difficili sul piano sociale, del condizionamento delle mafie, dove l’unica alternativa che rimane sembra essere quella di emigrare, alla fine abbiamo costruito una speranza, una società umana, perché a Riace l’accoglienza ha risvegliato l’identità dei luoghi, l’accoglienza per la prima volta è diventata politica. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che i primi sbarcati erano proprio i curdi del Pkk”. “Io non ho mai rinnegato la mia storia – conclude Lucano-, ho rincorso ideali politici legati alla sinistra che una volta si chiamava extraparlamentare“.