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Il fastidio di pensare – I nuovi criminali

Da ieri, chi non ha la relativa documentazione, nel territorio della Repubblica Italiana non potrà recarsi neanche dal barbiere. Oggi ero sul marciapiedi e il mio barbiere mi ha guardato da dietro il vetro con gli occhi lucidi ricordando i tempi felici quando anche a me era concesso di tagliarmi i capelli, prima che cominciassi a deviare verso il crimine. Ma come sempre il genio italico troverà il modo di ovviare anche a questa legge crudele ricorrendo ai mezzi che hanno sempre permesso di sopravvivere storicamente a un popolo di servi e di magliari abituato a calare la testa per tutti i secoli in cui, se una cosa non era permessa o era anche sentita come troppo ingiusta, si trovava il modo d’ovviare ricorrendo a oscuri percorsi o a qualche strizzata d’occhio al gendarme. E quindi se non si può andare dal barbiere sarà il barbiere a venire a casa, controllando prima che la strada sia libera e che non ci sia nessuno che lo segua, come se si ricevesse un delinquente o uno spacciatore e come se tagliarsi i capelli o tagliarsi la barba sia un’azione abominevole o che espone al ludibrio sociale (in Afghanistan, per esempio, terra di veri uomini, è un fatto considerato esecrabile). Singolare paese il nostro.

Se, dico così per dire inseguendo una mia fantasia, si fa una passeggiata all’aria fresca del parco delle Montagnola, a Bologna, in dieci minuti si devono cominciare educatamente a rifiutare le proposte di un po’ di allegri giovanotti che tentano di venderti erba; ma guai che magari tenti di metter piede in un tabacchino o in un ufficio postale a comprare un francobollo senza l’adeguata documentazione: potresti venire subito fermato prima ancora di arrivare al banco come un criminale che stesse compiendo una azione delittuosa. Quei cartelli fuori che ti ricordano che lì i diritti civili sono solo per chi è in regola mi ricordano un po’ (dico così per dire, naturalmente) quelli che c’erano sulle vetrine di certi negozi durante il terzo reich, quando alcuni fieri rappresentanti della razza eletta scrivevano che lì gli ebrei non potevano entrare a fare compere (ma quella loro era una scelta, ovviamente: questi tabaccai tapini sono obbligati), e questi sugli autobus mi ricordano quelli sugli autobus dell’Alabama degli anni cinquanta che dicevano che i negri si dovevano sedere (almeno loro potevano, i fortunati) in fondo, se c’era posto, altrimenti si dovevano alzare e andarsene se arrivavano i bianchi, e Rosa Parks diventò una leggenda solo perché rifiutò un giorno di alzarsi.

Strani tempi, i nostri: una volta per diventare delle leggende dovevi conquistare un impero, o guidare una resistenza, ma quando gli Stati perdono la testa e cominciano a delirare per diventare degli eroi basta anche rifiutarsi di alzarsi dal posto di un autobus (in Italia sarebbe terribilmente rivoluzionario già entrarci).

Tutte queste cose sembravano messe alle spalle, come degli oscuri fantasmi di cui la storia sembrava essersi liberata, ma a quanto pare i fantasmi non vengono mai sepolti in maniera definitiva. Giovambattista Vico, nella sua tortuosa sintassi, scriveva che la storia è destinata a ripetersi sempre, e le epoche ritornano, basta semplicemente dargli il tempo di riposare. Magari saranno appena appena imbellettate, cambiano nomi e volti, ma dietro si potranno riconoscere cose già viste e le stesse barbarie del passato. L’uomo è destinato a rivivere sempre cose già viste, anche se orgogliosamente crede di essere andato avanti e di essersi liberato di errori e di nefandezze che superbamente crede di avere lasciato per sempre ai suoi antenati. Quanto prima nelle scuole, come ogni anno, si celebrerà la giornata della memoria e sarà un susseguirsi di proiezioni di film contro la discriminazione e un effluvio di discorsi pieni di retorica. Eppure la discriminazione è qui davanti ogni giorno, in mezzo a noi: è cambiato solo l’obiettivo.