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Messina e i suoi modi di dire: perché si dice ‘babbu i l’UNPA’? L’espressione che nasce dalla Seconda Guerra Mondiale

Messina e i suoi modi di dire, l’origine dell’espressione ‘babbu i l’UNPA’: un’invettiva legata addirittura alla Seconda Guerra Mondiale

La lingua parlata si evolve con il tempo, introducendo nuovi termini legati alla modernità e facendone scivolare nel dimenticatoio altri ormai sinonimo di tempi fin troppo remoti. Capita però che nel dialetto, la forma più popolare della lingua italiana che differisce non soltanto a livello regionale, ma spesso anche a seconda delle zone o delle città presenti nella stessa Regione, alcune parole restino cristallizzate nel tempo e nascondano storie davvero interessanti. Il dialetto parlato a Messina, ovviamente, non fa eccezione. Ogni messinese che si rispetti avrà sentito almeno una volta pronunciare la frase sei un “babbu i l’UNPA”. L’invettiva, neanche troppo pesante, si basa sulle parole ‘babbu’ ovvero babbo (stupido, scemo) e ‘UNPA’, una sigla che risale addirittura alla Seconda Guerra Mondiale.

Perché si dice ‘Babbu i l’UNPA’? Il termine trae origine dall’epoca fascista

Il termine UNPA è l’acronimo di Unione Nazionale Protezione Antiaerea, un’organizzazione istituita il 31 agosto 1934. Fin al 1940 si è trattato di un’attività basata sul volontariato, mentre successivamente all’entrata in guerra dell’Italia l’istituzione subì un processo di militarizzazione. L’UNPA svolgeva molteplici funzioni, particolarmente in situazioni di emergenza legate ai bombardamenti sulle città: si doveva occupare dell’informazione preventiva sul comportamento da mantenere durante i raid aerei nemici; gestire i rifugi antiaerei e le cisterne d’acqua interrate per spegnere gli incendi; mantenere i contatti fra le squadre al lavoro; rimuovere le macerie e soccorrere i feriti, nonché identificare gli eventuali morti dopo i bombardamenti.

I rifugi nei quali nascondersi durante i bombardamenti non erano altro che le cantine delle abitazioni. Per identificarli venivano dipinte delle indicazioni sui muri indicanti anche eventuali idranti, pozzi, ingressi e uscite d’emergenza. In ogni palazzo veniva scelto un inquilino nominato ‘capo fabbricato’ che aveva il compito di organizzare l’entrata nei rifugi al suono della sirena che segnalava l’allarme imminente.

Esisteva inoltre un vero e proprio codice che disponeva le norme da seguire in caso di bombardamento aereo in città:

  1. L’allarme è dato con sei suoni di sirena di 15 secondi intervallati da pause di uguale tempo. Il cessato allarme un fischio di sirena prolungato per due minuti. In caso di avaria o di mancanza di corrente il suono delle sirene è sostituito da tre colpi di cannone ad intervalli di 5 secondi.
  2. In caso di allarme aereo correre subito al rifugio più vicino e non attendere gli spari. Non sostare nel mezzo della strada, non circolare. Durante l’allarme massima disciplina.
  3. L’oscuramento deve essere totale nei tempi che saranno comunicati.
  4. I portoni devono restare aperti durante l’allarme.
  5. I cittadini, laddove non sia possibile raggiungere un pubblico ricovero, possono accedere a quelli privati.
  6. La capienza di un ricovero è stabilita nel rapporto di due persone per metro quadrato di superficie.
  7. Si fa obbligo ai proprietari di case e ai condomini di fornire idoneo ricovero ai caseggiati di loro proprietà: all’uopo venivano stabiliti criteri uniformi nell’adattamento dei locali.
  8. I capi fabbricato devono riferire mensilmente al comitato provinciale di protezione antiaerea

Perché si dice ‘Babbu i l’UNPA’? Un’organizzazione utile, ma non sempre di qualità

Inizialmente il personale dell’UNPA era appositamente addestrato attraverso esercitazioni periodiche. I membri collaboravano spesso con vigili del fuoco, forze dell’ordine e altre squadre ausiliarie che si attivavano dopo un bombardamento. Il personale UNPA era dotato di attrezzi da scavo o sfondamento quali picconi, asce ecc.; scale, funi e materiale di salvataggio; estintori portatili per spegnere gli incendi. Le quadre avevano inoltre delle motocarrozzette grazie alle quali trasportavano persone e attrezzature. Successivamente, in particolar modo nelle fasi finali della guerra, in una situazione di totale emergenza, distruzione e miseria, la qualità dei membri reclutati non fu certamente eccelsa. Nell’UNPA venivano arruolate persone esentate dal servizio militare per limiti d’età, problemi fisici o mentali. Da qui l’origine dell’insulto che associa il ‘babbo’ allo stereotipo di persona che spesso in quel periodo faceva parte dell’UNPA. Va sottolineato comunque che, nel corso dei tanti bombardamenti degli Alleati che misero in ginocchio l’italia durante il secondo conflitto mondiale, l’UNPA giocò un ruolo provvidenziale nel soccorso dei civili salvando moltissime vite grazie all’eroismo dei suoi volontari. L’organizzazione fu sciolta alla fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1946.