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“Reggio Calabria, la città sospesa”: il viaggio di Repubblica tra scandali e inchieste in riva allo Stretto

Repubblica su Reggio Calabria

Il viaggio tutt’altro che felice realizzato quest’oggi da Repubblica sulla città di Reggio Calabria: alla città dello Stretto è dedicato un lungo approfondimento tra scandali, inchieste e non solo

Un viaggio abbastanza lungo. E tutt’altro che felice. E’ quello che ha realizzato quest’oggi Repubblica. Nell’edizione odierna del noto quotidiano, infatti, uno spazio abbastanza ampio viene dedicato a Reggio Calabria, il cui titolo del lunghissimo approfondimento è “La città sospesa”. Un articolo, firmato da Carlo Bonini e Alessia Candito, che ripercorre gli ultimi mesi vissuti dalla città dello Stretto, con un salto temporale all’indietro e ai primi anni Duemila, con i collegamenti a Scopelliti e ad alcuni fatti e personaggi noti. Si passa dalle sospensioni di Falcomatà e Castorina all’inchiesta “Magnifica” dell’Università Mediterranea, passando per l’arresto dell’ormai ex Presidente della Reggina Luca Gallo, alle recenti vicende legate al Procuratore Bombardieri e poi a sanità, problema rifiuti, Arghillà, fino al processo Gotha e alle recenti motivazioni della Cassazione che hanno rivisto per buona parte il processo.

“A Reggio Calabria – si legge in una delle prime parti introduttive dell’approfondimento – il vento continua a cambiare, ma da mesi la città vive sprofondata in una calmeria di Scirocco che sembra non avere fine, mentre uno dopo l’altro se ne sbriciolano i pilastri”. E si comincia a citare la ‘Ndrangheta: “Non è tutto ‘Ndrangheta – si legge nell’articolo – ma molto lo è. L’indotto mafioso non è fatto di clan ma di gente che li tollera, ne introietta le logiche, finisce per rassegnarsi alle regole, innerva buona parte del tessuto sociale, imprenditoriale, culturale della città”. A tal proposito si parte dall’inchiesta Gotha e si cita Paolo Romeo, più volte nominato all’interno dell’articolo in quanto, come si legge, “di quel piano di conquista ha gestito la regia in nome e per conto della direzione strategica della ‘Ndrangheta. Ma è rimasto a piede libero” (ha subito tre anni di carcere duro a Tolmezzo tra 2016 e 2019, poi è stato rimesso in libertà proprio perché l’iter processuale ha ridimensionato la gravità delle accuse nei suoi confronti, ndr). “Così come a piede libero da poco è tornato Giorgio De Stefano, l’altra metà della ‘divinità bifronte’ che per i giudici governava le grandi strategie dei clan di Reggio Calabria”.

E poi si passa ai soggetti della Magistratura: “nella capitale riconosciuta della ‘Ndrangheta – si legge – sospesa è oggi la Procura antimafia. Giovanni Bombardieri, che da capo la guida dal 2018, dovrà sottoporsi nuovamente all’esame del Csm”. E in tutto ciò descrivono “organici dei magistrati scoperti, bandi deserti” e 167 procedimenti antimafia pendenti in appello, con 924 imputati di cui 368 detenuti. “Una vecchia circolare consente al procuratore capo Bombardieri di mantenere poteri e facoltà fino alla nuova determinazione del Csm anche dopo l’annullamento della sua nomina, ma fra le carte e la realtà c’è la percezione di una città, in larga parte storicamente scettica nei confronti della Procura e della sua azione”. Magistratura che si collega alle incompiute e ai lavori sul Palazzo di Giustizia, cominciati 17 anni fa e ancora non terminati. “Fra mille interruzioni, rinvii, varianti, contenziosi fra privati  e Comune, ditte fallite, interdette, stufe dei ritardi nei pagamenti – scrivono i giornalisti di Repubblica – il cantiere da più di un decennio apre, poi si ferma, apre di nuovo, si paralizza ancora. Adesso di mezzo ci si è messo il Ministero della Giustizia, in veste di ‘super garante’ del completamento della struttura. Secondo le stime più prudenti ci vorranno almeno cinque anni”.

Per capire davvero Reggio Calabria, prosegue l’approfondimento, “non bisogna pensare al lungomare, balcone sullo Stretto diventato cartolina sbandierata come ‘chilometro più bello d’Italia’, con citazione rubata a D’Annunzio, per celare le negligenze di ogni amministrazione”. Il vero problema, infatti, è Arghillà Nord, “quartierone dell’hinterland disseminato di palazzi destinati all’edilizia popolare” e definito “tappeto sotto cui la città ha nascosto tanta della sua polvere. All’inizio dei Duemila, negli anni da sindaco di Giuseppe Scopelliti, è lì che è stata trasferita volente o nolente gran parte della comunità rom di Reggio. Lì finiscono anche i migranti e i marginali”, si legge. E non poteva mancare, parlando di Arghillà, proprio il passaggio sui rifiuti. “Che ci si stia avvicinando” alla cittadina, scrivono i giornalisti, “lo si capisce dall’odore. Un muro solido di immondizia accumulata, abbandono, miseria. Il quartiere occupa la sommità di una collina, dai piani più alti dei palazzoni scrostati sembra quasi di potersi tuffare direttamente nello Stretto. Ma se si guarda giù dalle finestre si vedono solo cataste di spazzatura, auto bruciate o smontate, degrado. Non c’è una scuola ad Arghillà Nord, neanche una palestra, una biblioteca, un parchetto. Anche i negozi si contano sulle dita di una mano”.

E da Arghillà al vecchio Sindaco (Scopelliti) il passo è breve: “ironia della sorte – si legge – Scopelliti ha finito per guardare ogni giorno quel quartiere trasformato in ghetto dalle finestre del carcere costruito poco sopra e in cui per anni è stato rinchiuso dopo una condanna definitiva per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico. Scopelliti – si afferma nella sentenza del primo grado ordinario, in questo non intaccata dalla decisione con cui la Cassazione ha ordinato un nuovo processo per diversi imputati dell’abbreviato – serviva alla direzione strategica della ‘Ndrangheta per mettere le mani sul Comune, in quegli anni al lavoro per diventare Città metropolitana. Un piano con regia affidata a Paolo Romeo”. E si cita il caso del 2004 e il falso ordigno al Comune.

C’è la testimonianza, rimanendo ad Arghillà, del medico Lino Caserta, fondatore dell’ambulatorio solidale Ace (“Non mi era mai capitato. Qui la salute è considerata un lusso”), nonché il passaggio sui tempi biblici per una semplice ecografia alla tiroide (151 giorni) o i 500 milioni di euro di debito dell’Asp di Reggio Calabria certificato dalla Corte dei Conti, per non parlare della sua ex guida, Gianluigi Scaffidi, che – scrive Repubblica – “nel tempo ha cambiato bandiera, si è riscoperto grillino, ha lavorato gomito a gomito con la deputata Dalila Nesci, che inutilmente ha tentato di catapultarlo alla guida dell’Asp di Vibo Valentia, per poi trovare posto al Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria. Come sindacalista prima, come “consulente” non retribuito dell’allora commissaria Iole Fantozzi nel primo anno di pandemia poi. In quel periodo si verifica una circostanza curiosa: mentre i reparti boccheggiavano e ovunque in Italia si cercavano medici, il Gom mandava a casa i suoi primari più esperti. Chi è rimasto, è stato costretto a raddoppiare gli sforzi. Scaffidi invece ha fatto carriera. Catapultato alla guida dell’Asp di Reggio Calabria, pozzo senza fondo dopo anni in cui le fatture venivano pagate anche due o tre volte a ditte di mafia e non, di recente è tornato al Gom da direttore generale, a dispetto delle proteste dei sindacati che contestano la legittimità della nomina”.

E quindi i passaggi recenti, da Falcomatà a Castorina passando per Luca Gallo e l’Università. “La città tollera, si adegua, si rassegna. E la cappa che il sistema stende diventa alibi per piccole clientele, piccole miserie. Il consigliere Nino Castorina che manda i suoi a trafficare con schede elettorali di anziani per ottenere una vittoria ampia. Il sindaco sospeso Giuseppe Falcomatà che pasticcia con una delibera per concedere in comodato d’uso gratuito una preziosa palazzina liberty all’amico imprenditore che in campagna elettorale gli aveva prestato gli spazi per mettere su il comitato. Torneranno i tifosi allo stadio entusiasti per la folle avventura dell’imprenditore lametino Felice Saladini, che ha rilevato la società, promesso legalità e saldo dei debiti, giurato di perseguire obiettivi ambiziosi, magari anche la massima serie. Quando è arrivato lo hanno acclamato come un nuovo messia. Ma senza mai rinnegare quel Luca Gallo per il quale sono anche scesi in piazza. Tornerà ad avere un rettore l’università, che si avvia a nuove elezioni, senza che nessuno si chieda perché in pochi anni sia passata da 20 mila a 5 mila studenti scarsi, chi per anni abbia permesso ai figli di boss di laurearsi portando capretti ai professori o perché non sia mai stata opzione di liberazione credibile per le ragazzine dei clan, che pur di sganciarsi da quel mondo hanno preferito morire, saltando giù da una finestra”.