Il Sindaco Sala contro i dipendenti pubblici calabresi: “sbagliato che guadagnino quanto i loro colleghi di Milano”

Così Beppe Sala si è riscoperto leghista con il cashmire

Beppe Sala, sindaco di Milano, deve averci preso gusto. Ci tiene a proseguire la personale collezione di “gaffe” che ne hanno contraddistinto i suoi ultimi mesi.

Ieri il manager/politico dell’area “dem” si è riscoperto leghista con il cashmire, lasciandosi andare a dichiarazioni più che discutibili, a tratti inconcepibili:

“È chiaro che se un dipendente pubblico, a parità di ruolo, guadagna gli stessi soldi a Milano e a Reggio Calabria, è intrinsecamente sbagliato, perché il costo della vita in quelle due realtà è diverso”.

Il Sindaco della città più evoluta d’Italia, il centro nazionale maggiormente europeizzato, dinamico, innovativo, scivola su un argomento che riporta indietro l’Italia a circa quaranta anni fa, rispolverando l’idea delle gabbie salariali, sistema di calcolo dei salari che mette in relazione le retribuzioni con determinati parametri quali, ad esempio, il costo della vita nei diversi luoghi.

Un sistema valutato come discriminatorio e poco equo dai sindacati e dai lavoratori già a fine anni 70, quando poi venne abolito definitivamente (restò in vigore dal 1954 al 1969).

Certo il pensiero di Sala sembrerebbe quello di un leghista qualunque, e guai a pensare a cosa sarebbe successo se a formularlo fosse stato un esponente del carroccio, un Salvini qualunque. Ma se i leghisti hanno abituato ad uscite di dubbio gusto nei confronti dei meridionali, quella del sindaco di Milano spiazza e lascia anche senza parole.

Dietro il Sala-pensiero c’è comunque altro, soprattutto la necessità di “spingere” il sistema Milano in evidente debito d’ossigeno dopo i terribili mesi dell’emergenza Covid.

D’altronde lo stesso primo cittadino milanese nei mesi scorsi aveva candidamente affermato che fosse “Bello l’esperimento dello smart working, ma adesso è ora di tornare a lavorare”, scatenando le ire dei suoi stessi dipendenti, quasi a voler descrivere il lavoro virtuale (vera svolta innovativa) come un non lavoro.

Il significato delle parole di Sala era però ben più profondo. La sua vera intenzione era quella di riaccendere il circolo vizioso che in questi anni ha mosso l’economica milanese e lombarda: affitti alle stelle per sgabuzzini spacciati per stanze, pause pranzo da 15 euro  con “un petto di pollo sintetico e una foglia di insalata” (come  scrivere l’esperto di digital marketing Cristiano Carriero in un suo recente ed apprezzato articolo), apericena e ristoranti pronti a riempirsi.

Più che colpire i meridionali però forse Sala e gli amministratori lombardi dovrebbero ripensare ad un modello economico differente e maggiormente virtuoso, ripartendo proprio dal dramma della pandemia e rivalutando costi e offerte ai lavoratori che, di fatto, sono i protagonisti attivi del modello economico del nord-Italia.

Se proprio volessimo tirare in ballo il costo della vita non bisogna dimenticare che Reggio come altre realtà della Calabria, è tra le città con la più elevata tassazione locale e di questo non si possono certo incolpare i cittadini o i dipendenti pubblici messi sotto accusa da Sala.

Tornando ai salari dei dipendenti pubblici, inoltre, non si comprendere come il sentimento di un Sindaco, che sia esso di Milano, Bolzano o Trapani, possa andare ad incidere su parametri già ampiamente discussi, valutati e cristallizzati con il CCNL nazionale, che non lascia spazio ad interpretazioni ulteriori.

Continuare ad alimentare le frizioni tra nord e sud del Paese è da irresponsabili. E’ così nei giorni “alternanti” di Vittorio Feltri, è così anche oggi con le dichiarazioni di Sala.

Nessuna scusante è accettabile se dietro la maschera dell’ipocrisia continuano a nascondersi sentimenti secessionisti, prima mentali e poi fisici.