50 anni dopo servirebbe una Rivolta calabrese. Basta inutili campanilismi, facciamocene una ragione

Catanzaro e Reggio vivono oggi un destino comune e chi gioca a soffiare sul fuoco della divisione campanilistica non aiuta le due città

Le foto in bianco e nero non sbiadiscono. Il ricordo è ancora fulgido in chi quei moti li ha vissuti in prima persona e si tramanda, senza freni di generazione in generazione.

50 anni sono trascorsi dalla rivolta di Reggio, caratterizzata dal forte senso di appartenenza territoriale, ideologicamente trasversale, animata dai reggini che si sentirono traditi. In piazza scesero tutte le categorie professionali, donne e uomini, giovani e anziani. Fu l’azione di protesta più importante del dopoguerra su territorio nazionale. Ignorare la storia, sminuirla, declassarla, è un artificio volgare, irrispettoso, oltraggioso. Verso i caduti, verso i feriti, verso il Popolo.

La contesa per il capoluogo tra Reggio e Catanzaro, d’altronde, era una controversia più ampia, sfociata in rivolta ma che nel piatto porgeva nuove opportunità di sviluppo a cui tutti ambivano.

Sono passati cinquanta anni dalla Rivolta e oggi come allora le celebrazioni sono affidate al popolo e non all’amministrazione comunale guidata da Giuseppe Falcomatà, esponente del Pd, che a dispetto del suo collega catanzarese Sergio Abramo ha deciso di eclissarsi e nascondersi, scollandosi dal ricordo della cittadinanza.

Quel che più ferisce, nel pieno di una pandemia mondiale e allo scemare di una prima fase emergenziale che ha tragicamente colpito l’Italia, è constatare come alcuni rappresentanti politici non vogliano utilizzare senno e ragione prima di lasciarsi andare a dichiarazioni discutibili. E’ il caso del consigliere comunale catanzarese Eugenio Riccio, secondo cui “Catanzaro è sempre stata il Capoluogo della Calabria” e che “troppe volte si leggono e si raccontano leggende metropolitane, ma qui non si inventano storielle a qualche sprovveduto cronista radiotelevisivo durante qualche giro ciclistico, si racconta la storia della Calabria e della sua indiscussa Capitale”.

Tralasciando le lacune storiche del racconto di Riccio al quale ha dato supporto e fiato il sindaco Sergio Abramo, quel che più rammarica è che la lezione non è servita. Il campanilismo, a tratti provinciale, sboccia prematuramente nelle analisi politiche, di questo o di quell’esponente, che sia reggino o catanzarese, che sia di sinistra o di destra.

Se volessimo cercare di superare quelle divisioni bisognerebbe far tacere astio e inutili vanti di supremazia validi quanto “l’asso di bastone con la briscola oro”.

Così come andrebbero evitate le provocazioni, che ciclicamente provengono da chi vorrebbe spostare a Catanzaro il Consiglio regionale o da chi chiede che venga ridiscusso il Capoluogo: ma di cosa dobbiamo parlare, cinquanta anni dopo, con una Regione relegata ai margini di ogni piano di sviluppo europeo, fanalino di coda delle più importanti graduatorie statistiche in termini economici e sociali.

Siamo poveri, arretrati e, purtroppo abbandonati. Lo sono Reggio Calabria ma anche Catanzaro, che cela le sue difficoltà con una millantata ricchezza inesistente.

Dunque il terreno non è più quello dei carri armati e delle molotov, dei comitati d’azione e dei consigli regionali convocati di notte. Oggi il terreno in cui lottare è quello dei tavoli istituzionali, dei rappresentanti che troppo spesso – in questi cinquanta anni – tradirono, tradiscono e forse tradiranno. C’è da battersi per una infrastrutturazione regionale adeguata e per un’alta velocità che si ferma a Salerno confinando sia Reggio che Catanzaro (o meglio Lamezia) e del capoluogo se ne infischia.

Le due città vivono un destino comune e chi gioca a soffiare sul fuoco della divisione campanilistica fa il male della sua città e anche dell’altra. La gente vuole prospettive e non mediatiche dichiarazioni separatiste.

Perché se un futuro differente si vuole pianificare per questa regione, non può non passare da una condivisone programmatica, dall’unione di forze e di idee che possano generare una nuova rivolta, ma regionale, per pretendere ed ottenere fondi e finanziamenti a progetti evoluti ed innovativi che lascino dimenticare sottosviluppo e provincialismo e proiettino la Calabria ad una posizione mediterranea degna della propria storia.

Ma è la storia della Calabria ad essere nobile e blasonata, non certo quella del singolo comune. Facciamocene una ragione. Serve un sussulto di popolo, proprio come nel 1970.