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Reggina, quattro riflessioni e una sola prova: ognuno ha le sue colpe. E’ arrivato il momento di ammettere i propri errori (per quanto possa servire…)

conferenza Gallo Foto StrettoWeb / Salvatore Dato

Reggina, l’editoriale di StrettoWeb dopo la sconfitta di Monza, la quarta consecutiva in campionato

Nell’ordine: Virtus Entella, Spal, Pisa e Monza. Nessuna di queste ha fatto nulla per portare via punti alla Reggina, eppure c’è riuscita con meno del minimo sforzo. Seria riflessione.

Nell’ordine: Rivas, Lafferty, Cionek, Faty, Charpentier, Rolando, Menez, Vasic, Denis, Rossi (ma rischiando di essere talmente tanti che potrei dimenticarne qualcuno). Tutta gente acciaccata o infortunata e che, in tante situazioni, ha anche subito ricadute (più di una) dopo essersi ripresa. Seria riflessione.

Nell’ordine: Menez, Crisetig, Folorunsho. Sono i tre calciatori che, per un motivo o per l’altro, nelle ultime partite hanno deciso di lasciare in inferiorità numerica la squadra per un tempo e – Menez – anche più. Seria riflessione.

Nell’ordine: Empoli, Pisa e Monza. Sono le tre avversarie con cui la Reggina ha giocato soltanto un tempo, il primo. Seria riflessione.

Quattro riflessioni, una sola prova: le colpe di questa crisi – sì, adesso si può dire senza cadere in tragedie o facili allarmismi che possono ancora rientrare (ma sempre di crisi si tratta, dopo quattro sconfitte di fila) – sono di tutti. TUTTI! Dal primo dirigente all’ultimo dei tesserati. Chi con percentuali maggiori, chi con percentuali minori, tutti hanno contribuito e stanno contribuendo a questo poco invidiabile momento di difficoltà.

Facile pensare che la risoluzione dei problemi possa risiedere nell’esonero di Toscano o Taibi o in un eventuale rivoluzione sul mercato. Nel calcio i problemi non si risolvono con uno schioppo di dita o in pochi secondi, con una decisione scellerata, magari mossa dall’istinto o presa a caldo. Si risolvono piuttosto con razionalità, allontanando l’ambiente da tutto e tutti (saggia la scelta del ritiro) ma, soprattutto, iniziando ad ammettere i propri errori e ripartendo. Anche qui, facile a dirsi e molto – molto – più difficile a farsi.

  1. Il presidente. Domenica scorsa ha attirato su di sé ogni responsabilità, facendo da para-fulmine. Il primo – e l’unico – ad ammettere di aver commesso qualche errore (pochi, comunque, da quando è alla guida della società). Ma le strategie di mercato estive – buone o meno buone che siano – sono, anche, farina del suo sacco. Come quella di voler (dover) pescare quasi interamente dal mercato estero, o degli svincolati, alla ricerca di gente che conosce la Serie B come io conosco la lingua cinese. E non è un caso se, tra i nuovi arrivi, quelli dall’impatto migliore siano i vari Cionek, Delprato, Crisetig.
  2. Il direttore sportivo. Vogliamo o non vogliamo dare i meriti (tanti) della scelta Toscano un anno e mezzo fa e di tutta una serie di calciatori intelligentemente funzionali ad affrontare un grande campionato? Sembra di no, sembra quasi che – lo scorso anno – sia stato dato tutto per scontato. Quest’anno, e dopo 9 giornate si può iniziare a trarre un bilancio, un diverso modus-operandi sul mercato ha prodotto – ad oggi – più danni che note positive. La squadra non è stata rivoluzionata, lo abbiamo detto in ogni modo, ma di certo modificata a tal punto da aver comunque fatto perdere quella “magia” (unita alla situazione relativa al Covid, alla lunga pausa e all’assenza di tifosi) che si era venuta a creare la scorsa stagione. Perché se i vari Charpentier, Faty, Lafferty risultano essere più in infermeria – o in giro per il mondo – che in campo, la sfortuna o gli episodi fortuiti non sono – perlomeno non soltanto – la causa principale. Perché se Liotti è il capocannoniere, se De Rose oggi è stato tra i migliori in campo e se Loiacono e Bellomo sono sempre gli ultimi ad uscire dal campo, non è frutto del caso.
  3. Il mister (e calciatori annessi). Me lo sto immaginando lì, in panchina, ad imprecare dopo l’ennesimo rosso sventolato ad un suo calciatore ad inizio ripresa. Me lo sto immaginando lì, in panchina, ad imprecare dopo l’ennesimo infortunio muscolare. L’impressione è che realmente, a volte, non sappia a quale santo votarsi. Ha provato a cambiare volto al centrocampo, ha inserito in attacco ogni risorsa sempre diversa e disponibile, ha utilizzato un atteggiamento aggressivo o prudente, ha provato a costruire il gioco per vie centrali o sulle fasce. Ne ha provate tante e, anzi, oggi sembrava aver (ri)trovato un po’ di ordine e compattezza, ma questo non lo esenta da alibi o responsabilità. Perché c’è (anche) del suo se senza Menez questa squadra tira pochissimo in porta e non segna (a parte Lignano), perché c’è (anche) del suo – e dello staff – se questa squadra dal 60′ in poi mostra un evidente calo fisico e atletico (con infortuni annessi e connessi), perché c’è (anche) del suo se questa squadra è incapace di reagire nei confronti di compagini che non fanno nulla per provare a strappare punti agli amaranto, perché c’è (anche) del suo se questa squadra ha perso fiducia nei propri mezzi dopo un avvio incoraggiante e si sfalda alle prime difficoltà.

Le giornate passano ma, nonostante tutte le riflessioni e le conclusioni di cui sopra, continuo a pensare che – nel suo complesso – questa non sia una squadra da retrocessione diretta o da salvezza sofferta, anche se dovesse continuare a perderne altre 15. I miei pensieri, però, se messi a confronto con l’assurdità e l’imprevedibilità del campionato di Serie B, rischiano di assumere le sembianze di un due di coppe quando la briscola è a bastoni. E, poi, sarà troppo tardi…

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