Le Monde racconta il Coronavirus in Calabria: il viaggio del Paziente Zero arrivato dalla Lombardia e il caso eccezionale di una Regione che resiste a decenni di mancati investimenti nella sanità

Foto StrettoWeb / Salvatore Dato

Il Paziente Zero in Calabria arriva dalla Lombardia ed ha un’identità: nonostante le difficoltà della sanità però nella Regione l’emergenza Coronavirus resta contenuta

E’ caccia serrata ai “pazienti zero” in Italia e in Europa. In molti casi sono serviti studi e ricerche approfondite, in Calabria invece non c’è nessun segreto. Anzi, secondo quanto si legge in un approfondimento del quotidiano francese ‘Le Monde’, qui il paziente zero è noto e la sua storia non ha nulla di misterioso. Si tratta di un uomo di 69 anni di origine calabrese, ma residente da anni a Casalpusterlengo, nella provincia di Lodi, in Lombardia. All’inizio di febbraio ha fatto rientro a Cetraro, il suo paese di origine in provincia di Cosenza, circa mille chilometri più a sud, mentre l’epidemia da Coronavirus era ancora una realtà lontana e poco considerata dagli italiani. Nel frattempo però, come assicurano ormai molti studi scientifici, aveva già cominciato a diffondersi nella pianura lombarda. Mai quest’uomo avrebbe potuto immaginare di portare con sé il virus.

Appena rientrato in Calabria si è isolato nella sua casa, aveva dei problemi di salute. Solo tre settimane dopo, il 28 febbraio, è andato nel piccolo centro ospedaliero di Cetraro. Mentre in Lombardia l’epidemia si era ormai diffusa. E nell’ospedale calabrese è risultato positivo al test per il nuovo coronavirus, diventando il primo caso certo di Covid-19 in Calabria. “La situazione poteva diventare molto complicata fin dall’inizio”, ricorda il direttore generale dei servizi sanitari regionali, Antonio Belcastro. “Quest’uomo aveva viaggiato dalla Lombardia in pullman con decine di persone, ed era accompagnato dalla moglie. Abbiamo dovuto ritrovare i passeggeri e fare i tamponi a molte persone. Per fortuna sono risultati tutti negativi. La buona sorte ha voluto che qui l’inizio dell’epidemia sia stato relativamente lento e tardivo: nella notte tra il 7 e l’8 marzo, quando l’isolamento è stato decretato per tutta la Lombardia e 14 altre province dell’Italia settentrionale, migliaia di persone sono arrivate in Calabria. Fino a quel momento avevamo solo quattro casi”.

carabinieri montebelloL’esodo dei calabresi provenienti dal Nord cambiò quindi completamente il quadro dei contagi nella Regione. Ad oggi 2 aprile, secondo i dati ufficiali, sono 691 i casi totali, compresi i 41 morti e i 19 pazienti in terapia intensiva“E tutti, senza eccezioni, sono collegati alle persone arrivate dalla Lombardia, a parte alcuni casi di chi tornava da una settimana bianca in Trentino dove aveva incontrato dei lombardi”, sottolinea Antonio Belcastro. Per ora la minaccia sembra limitata, mentre al livello nazionale l’Italia fa registrare al 2 aprile un totale di 13,915 decessi, secondo i dati della Protezione Civile. Una situazione che rimane non troppo grave in tutto il sud del paese: a Napoli, per esempio, ci sono circa mille malati. Ciò però non abbassa la guardia della popolazione che con molta consapevolezza prende l’epidemia molto sul serio e rispetta lo stretto isolamento imposto dal Governo nazionale tra l’8 e l’11 marzo. Oggi sono ben 15 i comuni della regione ad essere inseriti nella zona rossa (Oriolo, Montebello Jonico, Melito Porto Salvo, Cutro, San Lucido, Rogliano, Santo Stefano di Rogliano, Bocchigliero, Serra San Bruno, Fabrizia, Chiaravalle Centrale, Soverato, Torre di Ruggiero, Vallefiorita e Cenadi): “bisogna agire in fretta per evitare che parti un focolaio di infezione”, continua Belcastro.

“Da casa mia vedo le strade deserte – afferma lo scittore Mimmo Gangemi dalla sua casa nel centro di Palmi – . La ragione è semplice: qui tutti sanno che l’epidemia non deve svilupparsi perché non abbiamo grandi infrastrutture. Se consideriamo la piana di Gioia Tauro, che conta 170mila abitanti, ci vorrebbero 510 letti d’ospedale per essere nelle norme nazionali, ma in realtà ce ne sono solo 120. E molti di questi posti letto hanno dei servizi igienici in comune. Sono ingegnere civile e per 15 anni ho lavorato su progetti ospedalieri. Qui, dall’inizio degli anni duemila, siamo in attesa della costruzione di quattro ospedali ed è per questo motivo che diverse strutture sono state chiuse. Ma i lavori non sono mai cominciati”.

Foto StrettoWeb / Salvatore Dato

In Italia la sanità è un settore gestito delle regioni e la Calabria, essendo la regione più povera d’Italia (il PIL per abitante è di 17mila euro, meno della metà del reddito di un cittadino lombardo) accusa infrastrutture sanitarie in notevole ritardo rispetto alle aree del Nord. Ma nonostante queste difficoltà oggettive, e l’impossibilità di cancellare in un mese gli effetti di mancati investimenti negli ultimi dieci anni, si stanno facendo degli sforzi enormi. Abbiamo infatti su StrettoWeb raccontato del miracolo degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, tramite le parole del direttore Antonino Verduci, in cui è stato realizzato un vero e proprio piano di battaglia, con la messa in sesto di un intero edificio riservato al Covid-19 e l’installazione di circa 90 posti letto in più per curare i contagiati.

La Presidente della Regione Calabria, Jole Santelli, ha attuato misure restrittive molto più dure rispetto a quelle imposte dai Dpcm del Governo, nonostante – come detto in precedenza – i numeri dell’epidemia siano molto contenuti. “Ci sono due Italie: quella del contagio su vasta scala e quella che cerca di sfuggire al contagio”, fa notare Santelli. E il 90 per cento degli aiuti statali va alla prima Italia. Così, mentre gli ospedali calabresi si preparano ad andare in guerra, con in possesso pochissime armi per combattere, si chiede agli abitanti di fare l’ennesimo sforzo per contenere i rischi. E per fortuna, il controllo sociale fin qui ha ottenuto risultati molto importanti.