Reggio Calabria, esperienza di psicosi da Coronavirus alla Hermes: “controllata in Aeroporto, poi trattata come se avessi la lebbra”

panico coronavirus ufficio

Reggio Calabria, la testimonianza di una cittadina che vive a Torino e che questa mattina si è recata presso gli uffici della Hermes

Una cittadina di Reggio Calabria che da tanti anni vive a Torino ha raccontato a StrettoWeb un’esperienza vissuta questa mattina presso gli uffici della Hermes a causa della psicosi da Coronavirus. “Buongiorno, sono Carmelita Laganà vorrei denunciare un fatto alquanto spiacevole accadutomi questa mattina presso gli uffici Hermes Servizi Metropolitani, di Reggio Calabria. Premetto che vivo a Torino da 19 anni e spesso rientro a Reggio per motivi personali; atterrata all’aeroporto di Reggio Calabria il 20 c.m. in tempi non sospetti, hanno attuato le dovute cautele facendomi uscire solo dopo avermi controllato la temperatura. Questa mattina mi sono recata presso l’ufficio suddetto per interloquire su appuntamento con un funzionario e sono stata trattata come se avessi la lebbra anzi il Coronavirus che è più appropriato!

“Esperienza diretta di psicosi e fobia da  Coronavirus questa mattina all’ufficio Hermes servizi Metropolitani di Reggio Calabria: Appena ho detto che dovevo rientrare a Torino il funzionario dell’ufficio ha cominciato ad inveire contro di me dicendo: Non doveva venire qui; le ho dato la mano; doveva dirlo subito; si doveva mettere in quarantena; doveva indossare la mascherina, praticamente mi ha trattata come una lebbrosa”.

Tutto questo avviene in un ufficio dove erano presenti altri impiegati in preda al panico ed il funzionario nonché  D.ssa attenzione quindi con un titolo elevato di Istruzione e Ignoranza; alcool sulle scrivanie per disinfettare e disinfettarsi;  subito psicosi e panico, mi hanno fatta sentire sotto inquisizione e non aggiungo altro”. Sono sconcertata, arrabbiata e infuriata per il livello di Ignoranza che Regna Sovrana in una Città Metropolitana che merita di affondare e non riemergere più.  La mia terra non mi merita!”.


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