I Moti di Reggio, 50 anni dopo – Il diario della rivolta, 16 luglio 1970: terzo giorno di proteste, Ciccio Franco al fianco dei manifestanti

La Rivolta di Reggio 50 anni dopo, lo speciale di StrettoWeb: il racconto del 16 luglio 1970. Città in lutto per la morte di Bruno Labate, intanto Francesco Franco interviene in difesa dei cittadini reggini e condanna la violenza delle forze dell’ordine

Le tensioni a Reggio Calabria preoccupano il Governo centrale che invia forze dell’ordine da Roma, Foggia e Bari. Gli scontri proseguono provocando ancora una volta molti feriti, così anche Francesco Franco si schiera al fianco dei reggini manifestanti. Riviviamo su StrettoWeb quei drammatici momenti grazie alla ricostruzione del libro “Buio a Reggio” scritto da Luigi Malafarina, Franco Bruno e Santo Strati nel 1972 e pubblicato da Parallelo 38.

Giovedì 16 Luglio 1970 – Il Sindaco Battaglia proclama il lutto cittadino per la morte di Bruno Labate e chiede alla Magistratura di «ordinare un’inchiesta per accertare le responsabilità che hanno portato alla degenerazione della manifestazione di protesta di mercoledì sera in favore di Reggio capoluogo della Regione calabrese e che ha provocato la morte del ferroviere Bruno Labate». L’inchiesta è diretta personalmente dal Procuratore Generale delle Calabrie, comm. Madera, che ha raggiunto in mattinata la città.
A Battaglia, quale primo cittadino, la Curia invia il seguente telegramma: «La Curia di Reggio Calabria, a nome del clero, delle organizzazioni cattoliche, dei fedeli dell’Archidiocesi, esprime piena solidarietà alla civica Amministrazione protesa, in quest’ora di grande dolore e smarrimento, alla rivendicazione del ruolo di Reggio a capoluogo della regione, legittimo diritto documentato dalla storia millenaria, confortato anche dal ruolo metro-politico per la Calabria di questa vetusta sede apostolica. Confida che tutte le autorità responsabili sappiano prendere atto di così inviolabile diritto, contribuendo a restaurare la tranquillità e l’ordine gravemente turbati inconsulti pronunciamenti.
«Condanna i metodi – prosegue il messaggio – adoperati da alcuni raggruppamenti di polizia per soffocare le giustificate dimostrazioni popolari. Rivolge fiducioso appello alle autorità preposte all’ordine pubblico perché non sia acuita la già grave tensione degli animi. Esorta vivamente i cittadini a contenere le loro giuste proteste nei limiti della legalità democratica rifuggendo da ogni forma di violenza».
La salma di Bruno Labate, dopo l’esame autoptico, cui presenzia il Procuratore della Repubblica, comm. Carlo Bellinvia, nel pomeriggio, avvolta in un bianco lenzuolo e ricomposta in una bara bianca intarsiata, viene trasportata su un autofurgone dei carabinieri a Tremulini. La casa dello sfortunato ferroviere diviene, quindi, per tutta la giornata meta di un mesto pellegrinaggio.
Sui risultati dell’autopsia massimo riserbo. Vengono solo confermate le risultanze dell’esame esterno: contusioni escoriate alle regioni parietale e frontale e al gomito destro.
Commenta Enzo Biagi in un editoriale su Il Resto del Carlino:
Ci scandalizziamo quando sui giornali appare l’elenco dei morti per il carnevale di Copacabana o per l’esodo di ferragosto. Sentimmo pena e disgusto per la ribellione di Caserta, provocata, nientemeno, da una disputa calcistica. Sappiamo, la esperienza ce lo ricorda, (la storia non insegna nulla) come spesso i grandi fatti che sconvolgono il destino dell’umanità comincino con piccoli nomi. Sarajevo, e fu il 1914; l’assalto agli sconosciuti pozzi d’acqua di Ual-Ual, e partimmo per l’impresa etiopica; le sparatorie sulle rive dell’Ussuri, e il mondo tremò…
«Ma io penso, stasera, a quel povero ferroviere, caduto sul selciato di una nostra città del Sud, inutilmente, magari agitando uno di quei cartelli mostrati con orgoglio ai fotoreporters: ‘Reggini, svegliamoci, Reggio ci chiama!”.
«Prima uno sciopero generale, poi la conquista della stazione e della piazza, per strappare a Catanzaro la sede della Regione… Penso a quel povero morto che mai avrebbe immaginato che il suo ultimo giorno scadeva nelle file di un corteo… penso a come parenti racconteranno, nel tempo, la fine dell’operaio: ‘Cadde una sera d’estate, per Catanzaro’».
A seguito degli scontri di ieri, il Ministro dell’Interno, on. Restivo, invia il vice-capo della polizia, dott. Catenacci, a Reggio e rinforzi di agenti di PS, circa 800, fatti affluire da Roma, Bari e Foggia, per dare il cambio alle forze locali, stremate dopo quarantotto ore di vera e propria battaglia.
Giungono, intanto, le prime dichiarazioni delle segreterie reggine dei vari partiti. «Non posso – Franco Quattrone (DC) che deprecare la violenza di difesa dei diritti di Reggio, sempre disposta a trattare con le città sorelle della Calabria perché i problemi comuni vengano risolti senza che nessuna città esca mortificata».
Per il PSU si pronuncia il rag. Rocco Asciutto: «Il mio partito esprime piena solidarietà e partecipazione alla lotta della popolazione e, nello stesso tempo, non può nascondere lo sdegno per le provocazioni poliziesche del 14 luglio che hanno causato l’esplosione di odio contro la stessa polizia. Il PSU è per una soluzione globale».
«La responsabilità – afferma il prof. G. B. Sinicropi (PSIUP) – ricade in gran parte sulla DC e sui partiti governativi che non hanno voluto che il capoluogo di regione fosse indicato in sede nazionale».
L’avv. Nicola Argirò, cosegretario del PSI, dichiara: «E’ mancata la tempestività dei politici, in questa occasione, e la situazione è precipitata, Noi abbiamo già promosso azioni all’interno del partito perché si cerchi, nello spirito dell’equilibrio compensativo, una soluzione soddisfacente per tutt’e tre le provincie… Ci sentiamo socialisti e reggini… ».
«Noi repubblicani – dice il rag. Silvano Durante (PRI)- siamo con il comitato di agitazione. È inammissibile che questa città e la sua provincia venga emarginata…».
«Siamo certi afferma l’avv. Giovanni Leale (PLI) – che il popolo di Reggio che ha dimostrato di non voler rinunciare ai propri diritti proseguirà con fermezza, ma con senso di responsabilità civile, nella giusta lotta. Ci auguriamo che il governo e i responsabili dell’ordine pub- blico sappiano evitare un’inutile e pericolosa azione repressiva…».
Il Commissario Federale del MSI, dottor Giacomo Sammarco, dice: «Dal 1948 noi abbiamo contrastato la regionalizzazione dello Stato conoscendo i mali che essa avrebbe determinato. Particolarmente le lotte odiose tra città e città ci apparivano conseguenti alla frantumazione dell’unità nazionale in piccole regioni autonome… Denunziamo, anzi, a voce alta quanto ingiusto sia il comportamento del Governo e dei partiti di Governo per aver tradito la nostra provincia… Posto questo, però, deprechiamo le forze di violenza alle quali soltanto lo spirito facinoroso e non certo le tradizioni di civiltà della popolazione reggina si sta abbandonando… Le responsabilità sono anche qui di coloro che hanno voluto il regionalismo».
La Cisl e la Uil, che fino a ieri, ufficialmente, sono rimaste fuori dalle manifestazioni di questi giorni, pur avendo fatto conoscere con «note» inviate ai giornali il proprio pensiero sugli avvenimenti, oggi, dopo una riunione alla quale ha partecipato anche la Cgil, diramano il seguente comunicato: «Riunite presso la sede della Cisl di Reggio le segreterie provinciali della Cisl, Cgil, Uil, assieme a delegazioni di categorie per esaminare la grave situazione… le tre organizzazioni, pur differenziandosi sulla valutazione di episodi e comportamenti, ritengono loro dovere, in un momento grave come questo, invitare i lavoratori e i cittadini tutti a dimostrare con i fatti dignitosa compostezza… mentre rilevano come alla base di queste spontanee manifestazioni popolari stiano antichi problemi… decidono di costruire un comitato unitario che accerti e documenti gli episodi di violenza di questi giorni da qualunque parte essi siano venuti, d’invitare i lavoratori della provincia a sospendere il lavoro in concomitanza con le onoranze funebri e partecipare in forma silenziosa e composta ai funerali del lavoratore deceduto…»
Sugli avvenimenti si pronunciano anche i segretari dalle organizzazioni sindacali. Catanzariti, segretario regionale della Cgil dice: «Le cause oggettive di questo stato di cose vanno ricercate in esigenze reali tese a garantire una prospettiva moderna. socialmente, economicamente avanzata alla città… Gruppi screditati e responsabili della situazione economica e sociale della popolazione hanno cercato di strumentalizzare le cause reali… abbiamo piena fiducia che i lavoratori reggini, così come quelli di tutta la Calabria, sapranno smascherare e sconfiggere queste forze. Lo sciopero generale del 15 aprile è una testimonianza completa di lotta democratica ed efficace oltre che di unità di tutti i calabresi: purtroppo il movimento ha avuto un momento di arresto, grazie anche all’azione di ben individuati settori politici e pseudo-sindacali. Oggi il problema è di riprendere il movimento con metodi efficaci e con continuità su questo terreno: la Cgil, le Camere Confederali del Lavoro di Reggio, Cosenza, Catanzaro e Crotone, non solo sono disponibili in questo senso, ma decisi di andare avanti…».
Per la Cisl: « Nei giorni scorsi – questa la voce di Giovanni Lazzeri, segretario regionale – esistevano in città e in provincia, per il disinteresse del vertice, le condizioni di malcontento. Ora, i fatti parlano chiaro».
Bruno Sajaci dell’Uil afferma: «Noi come organizzazione sindacale non avevamo preso una posizione ufficiale: i lavoratori erano stati lasciati liberi di regolarsi come credevano. Non ci aspettavamo, però, che la protesta   a questo punto… Era certamente valida, però bisognava contenerla nei limiti civili e democratici…».
La Cisnal, da parte sua, per bocca del segretario Francesco Franco evidenzia che «i morti, i feriti, le devastazioni ci commuovono sinceramente e fermamente condanniamo la violenza che è stata la protagonista di queste giornate: così come condanniamo le violenze delle forze di polizia affluite da Vibo, Napoli e Bari. Riteniamo che la serenità della provincia (prima ancora che l’ordine formale) possa essere assicurata con impegnative determinazioni da parte del Governo».
A Roma, intanto, i consiglieri regionali di Reggio e Catanzaro sono ricevuti dapprima dal segretario organizzativo della DC, on. Scalfaro, poi dal Ministro degli Interni, Restivo. Ambedue gli uomini di Governo tengono a precisare la provvisorietà della scelta di Catanzaro, quale sede della prima riunione del Consiglio regionale e ribadire che nella designazione del capoluogo, così come nella localizzazione degli insediamenti industriali nulla vi è di pregiudicato per la città di Reggio. In serata, nella hall dell’Albergo Metropol, lo stesso Restivo è aspramente apostrofato e aggredito da un componente della delegazione reggina.
A Reggio, così, si è alla terza giornata di sciopero. Dice Livio Pesce su La Nazione:
«E’ difficile prevedere come finirà questa drammatica vicenda. E la città che si è spaccata esprimendo in forma rabbiosa, irrazionale, tutte le sue delusioni antiche e recenti. Di fronte a un fenomeno del genere è dubbio che polizia e carabinieri possano ristabilire l’ordine».
Alle 8,10 un folto gruppo di dimostranti costringe gli impiegati alle Poste-Ferrovia ad abbandonare il lavoro. Vengono bloccati gli scambi ferroviari lato Metaponto, e in piazza Garibaldi vien dato fuoco ad un furgone dell’Enel targato CZ.
Barricate sul Corso, in via Miraglia, in vico Furnari e in via Marsala. Al porto si verifica un tentativo di bloccare un aliscafo e le corse vengono sospese. Alle ora de a Villa S. Giovanni un camion con una quindicina di persone a borbo penetra all’interno della Stazione ferroviaria e con un’ardita manovra, i dimostranti cercano di impedire l’imbarco su una nave traghetto del treno MS. Tuttavia agenti di PS e carabinieri sventano in extremis l’operazione.
Ore 10,20: il ponte Calopinace è in mano a un centinaio di dimostranti, armati di bastoni.
Ore 11: gli esami di stato, al magistrale T. Gulli vengono interrotti dall’arrivo di un gruppo di dimostranti. Professori e studenti vengono invitati a lasciare l’istituto. Nelle altre sedi di esami, per motivi di sicurezza, si sospendono i colloqui.
Ore 11,40: inizia l’assalto al palazzo dell’Amministrazione provinciale. Una cinquantina di persone si raccoglie in via Pietro Foti e inizia una fitta sassaiola contro i vetri della Provincia, che vanno tutti in frantumi. Sul Corso, all’angolo di via Foti, un’Opel viene capovolta mezzo alla carreggiata e data alle fiamme. A questo fuoco i dimostranti accendono pezzi di legno che fanno volare, attraverso le finestre, all’interno del palazzo della Provincia. Vi è un principio d’incendio. Accorrono i vigili del fuoco ma sono fronteggiati dai dimostranti prima che possano intervenire. L’incendio, poco dopo, si spegne da sé e i dimostranti si ritirano.
Alle 13, giunge notizia che da Roma è partito su un treno speciale un battaglione mobile della PS diretto a Reggio.
Nel tardo pomeriggio, con l’arrivo dei contingenti della Celere di Roma, e dei reparti mobili di Foggia e Bari, la polizia intraprende l’operazione di sgombero delle barricate. Vengono formate cinque colonne automontate di cento uomini, ciascuna sotto la direzione di funzionari di PS e il comando di ufficiali. La città viene divisa in cinque zone e le colonne hanno il compito di pattugliare la zona loro assegnata, rimuovendo gli ostacoli sulla carreggiata e impedendo che siano innalzate nuove barricate.
Al tramonto, i dimostranti passano al contrattacco ricostruendo le barricate abbattute dai reparti automontati, che, con l’approssimarsi dell’oscurità, hanno fatto rientro alle scuole-caserme. Per impedire il transito delle autovetture la piazza Indipendenza viene cosparsa d’olio e parecchie automobili sbandano paurosamente. Lo sbocco cittadino dell’autostrada del sole viene chiuso da due vetture poste di traverso. Tutte le strade del centro sono ostruite, alcune con fil di ferro quasi invisibile.
Dalle ore 20 per le strade le scaramucce, gli scontri, i corpo a corpo tra poliziotti e dimostranti si susseguono a ritmo intenso.
Annota Alfonso Madeo sul Corriere della Sera: «’I poliziotti hanno pestato un bambino alla pescheria’: tutto cominciò con questo annuncio, ricorda il geometra Battaglia. Fu portato in municipio da voce di popolo. Battaglia scese in piazza, dimensionò le reazioni a una notizia incontrollata, evitò l’impatto tra la folla e i poliziotti. ‘Quaranta minuti dopo, gli uomini della polizia ricevevano l’ordine di caricare la gente con la scusa che era stato tentato un assalto alla prefettura dichiara Battaglia. … La situazione era precipitata».
Un centinaio di dimostranti, arrivati alla spicciolata dalle vie trasverse e dal lungomare circondano la Stazione Lido. Sono le 21 quando alcuni di essi arrampicatisi sul tetto danno fuoco allo scalo ferroviario. Le fiamme che trovano alimento nel legname del fabbricato divampano violentissime ed in breve tempo tutta la stazione è in preda al fuoco. I vigili del fuoco intervengono con due autobotti e riescono a circoscrivere l’incendio prima che si propaghi a un bar vicino. Domato l’incendio non rimane altro che i muri anneriti dalle fiamme; tutti i locali sono gravemente danneggiati, ingenti i danni.
Alle 22,30 nei pressi del ponte S. Pietro uno sconosciuto esplode due colpi di pistola, andati a vuoto, contro la Gazzella n. 4 dei carabinieri che guida una colonna di cinquanta uomini diretta alle carceri giudiziarie per so correre due furgoni della PS circondati dai dimostranti. Dopo quest’ultimo incidente, la lotta si spegne in tutta la città. Il bilancio è di oltre settanta fermi, sedici arrestati. otto piantonati in ospedale, imprecisabile il numero dei feriti e dei contusi da parte dei dimostranti; quattordici i feriti tra la polizia.
Così Nicola Adelfi su la Stampa:
«Sarebbe parziale guardare ai moti di Reggio unicamente come ad uno scoppio di ira popolare suscitato da meschini motivi di orgoglio paesano o da gruppi interessati.
«La componente del campanile c’è ed è anche inquinata da menti passionali, facinorosi; ma non è preminente rispetto ad altri fattori di natura economica e sociale, Al fondo della collera ci sono anzitutto una debilitante povertà ed un senso amaro di frustrazione. Sia nel capoluogo, sia nella provincia è in corso un processo di decadimento continuo. Di questa situazione sarebbe parimenti ingiusto dare la colpa ai reggini… È gente tenace, coraggiosa, intraprendente.
«Ci troviamo davvero nel fondo del pozzo. I moti di Reggio, se in superficie possono essere considerati e condannati come manifestazione di un gretto campanilismo, nel sottofondo rivelano una situazione di povertà ed uno stato d’animo esasperato».
Arturo Meli in un fondo su Avvenire:
«Non sappiamo quali torti Reggio abbia patito. Ci sembrava, anzi, che le città contendenti si fossero equamente ripartite le funzioni da assolvere: a Catanzaro il ruolo di capitale, a Cosenza la sede della nuova università, a Reggio il centro produttivo con una acciaieria che dovrebbe avvicinarsi ai livelli più elevati. Potremmo sbagliarci. Ma la sostanza del problema rimane la stessa. È il modo di intendere il ruolo delle capitali nelle Regioni che deve essere posto diversamente.
«Come a dire che le battaglie da condurre all’interno della riforma regionale debbono avere ben altri obiettivi della rivendicazione dei piccoli meriti particolari. Che una riforma di tanto valore non può essere sciupata nella polverizzazione municipalistica, nell’esaltazione degli orgogli paesani. Che la scelta di una città come sede del governo locale non può significare il sacrificio delle altre, nelle quali, anzi, potranno essere valorizzati i diritti, risorse, capacità diverse. Abbiamo troppo lamentato la soffocazione dal ‘vertice’ per pensare che la stessa logica possa riprodursi all’interno di una Regione, a vantaggio di un capoluogo e ai danni delle aree circostanti. Non avrebbe alcun senso guardare alle Regioni come al doppione del vecchio Stato, alla moltiplicazione del parlamentarismo e del ministerialismo. E’ qui il campo delle scelte di fondo se si vuole dare un senso concreto alle autonomie locali, cogliere l’occasione di prospettiva nuova per la vita pubblica».