La Calabria è una distesa di rifiuti nocivi? Troppe morti precoci e aumento smisurato di patologie aggressive

rifiuti tossici

La Calabria è una distesa di rifiuti nocivi? Sono troppe le sostanze nocive “celate” negli alimenti, nelle acque, nei prodotti finiti, troppi gli effetti che continuerà a subire il nostro corredo cellulare, troppo gravose le morti precoci di bambini e giovani adulti e le sofferenze correlate a malattie aggressive

di Mariacarmela Nucara– Tanto triste quanto veritiero riadattamento del celebre proverbio, che rispecchia l’oramai fitta ragnatela in cui la nostra società sembra incastrata da tanto, troppo, tempo. Si parla delle famose “Ecomafie”, l’insieme di organizzazioni ed attività illegali, che continuano a plagiare e dirottare la corretta gestione del territorio e della bonifica ambientale. La concezione sociale immagina e colloca queste organizzazioni criminali come entità oscillanti tra mito e realtà, tra passato e quotidianità, tra ignavia, rinnegazione ed angosciosa consapevolezza del male che ciò che è “sepolto” porta con sé. Il bene “salute” viene definito e tutelato all’interno della Costituzione italiana (art.32) come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. La scelleratezza delle menti criminali che, in passato, così come nel presente, ignorano, oltraggiano o, peggio, non osservano volutamente questo principio, merita di essere “dissepolta” e condannata alla pubblica gogna, in maniera dura e decisa. Secondo il decreto legislativo 192 del 2006, è definito “rifiuto” “..qualsiasi sostanza o oggetto di cui il detentore si disfi o abbia intenzione o obbligo di disfarsi”.

Per essere, poi, definito “pericoloso” il rifiuto deve possedere determinate caratteristiche, elencate dallo stesso decreto. Ne esistono ben 15 categorie, che vanno dai rifiuti esplosivi a quelli tossici per organi bersaglio, dalle sostanze cancerogene ed ecotossiche ai tossici per la riproduzione. Esempi pratici derivano dagli scarti industriali, dai rifiuti fitosanitari, dai solventi pericolosi e, infine, dai rifiuti di apparecchiature elettroniche. Associare la pericolosità intrinseca di suddetti rifiuti alle metodiche francamente poco ortodosse della criminalità organizzata (e non) per il loro smaltimento (ne sono esempi l’abbandono ed accumulo nel suolo e nelle acque, la combustione, l’occultamento in edifici e la miscelazione con materiali innocui), porterebbe a trarre le conclusioni sin da subito. Ecco, allora, che la statistica viene in aiuto: si registra un aumento di svariate patologie direttamente proporzionale all’incremento delle attività di ecomafia e geograficamente correlato alle zone più “calde”. Ci si ammala di malattie polmonari, d’infezioni, di tumori maligni, leucemie, arrivando finanche alla vita prenatale con le malformazioni fetali.

La rabbia e la preoccupazione suscitate, in particolare, dall’ennesima conferma di uno sporco traffico effettuato sul territorio calabrese. La città che fa da sfondo a questa vicenda è Lamezia Terme, non di certo estranea o nuova a simili episodi. Un business di discariche abusive che convogliava rifiuti speciali e pericolosi (specialmente farmaci) provenienti dal Nord Italia verso zone abitate e corsi d’acqua del comprensorio lametino. È nota l’esistenza di vere e proprie “rotte” che, in Italia, permettono il traffico di rifiuti dal Nord verso il Sud e che, a loro volta, fungono da punti strategici anche per i traffici internazionali. Restano famose “la Terra dei Fuochi” in Campania e le varie operazioni susseguitesi dagli anni ’90 ai primi 2000 fino ad oggi (“Ecoscalo” in Abruzzo, “Murgia violata” in Puglia, “Banda Bassotti” in Lombardia, “Rifiutopoli” a Forlì, “Madre Terra” e “Fenice” in Campania, Operazione del Corpo Forestale tra Matera e Rieti). Nella fattispecie, in Calabria è già dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (o forse prima?) che questi traffici si sono impossessati del territorio, trasformandolo in un vero e proprio serbatoio (in)naturale di veleni e malattie. Quasi quotidiana è, d’altro canto, la frequenza di comparsa di testate giornalistiche locali che, seppur restando spesso fini a sé stesse, denunciano la problematica che affligge l’intera Regione.

Ritornano alla mente fatti non troppo lontani come l’inquinamento delle falde acquifere e dei suoli coltivati all’interno dell’Aspromonte; le discariche abusive di materiale plastico ed edilizio, al confine tra i Comuni di Nicotera e Rosarno, gestiti dai clan della ‘ndrangheta; intere aree demaniali di 1400 mq, e più, da Cosenza a Reggio Calabria, utilizzate come pattumiera per strutture in eternit frantumate e, per questo, ancora più nocive. Distese e vallate sulla riviera jonica (da Monasterace a Condofuri/Melito P.S.) e sulla tirrenica che pullulano di particolato atmosferico aggressivo su organi ed apparati, nonché km di costa inquinata dai peggiori liquami biologicamente e chimicamente incompatibili con flora e fauna presenti. Le temibili ed irreversibili ripercussioni devono concentrare ogni massima attenzione e sforzo sulla problematica. Sono troppe le sostanze nocive “celate” negli alimenti, nelle acque, nei prodotti finiti, troppi gli effetti che continuerà a subire il nostro corredo cellulare, troppo gravose le morti precoci di bambini e giovani adulti e le sofferenze correlate a malattie aggressive. Il business dei rifiuti è una tematica troppo delicata per rimanere accantonata o semplicemente trascritta su un trafiletto di giornale. La sfida è aperta ed è necessario vestirsi di coscienza, piuttosto che enfatizzare il fatuo, armarsi di palette in mano ed andare a scavare dovunque ci possa essere insidia e pericolo per le nostre vite e per quelle dei nostri figli; ovunque ci sia spazzatura!


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