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Messina ai piedi dei monti Peloritani, una finestra sullo Stretto tra natura e leggende: dal mistero del “Colosso di Faro” al Regno di Sicilia

monti peloritani messina

Le origini del nome, le leggende, la storia, i luoghi da visitare e gli aspetti geografici dei Monti Peloritani: tutte le informazioni sulla catena montuosa che si sviluppa nell’area nord-orientale della Sicilia e contraddistinguono per questo motivo Messina e la sua Provincia

Tra l’elenco dei posti da visitare in Sicilia ci sono sicuramente i monti Peloritani. La catena montuosa si sviluppa nell’area nord-orientale della Sicilia e contraddistingue per questo motivo Messina e la sua Provincia, nascondendo anche una miriade di leggende e credenze popolari. Essi si estendono per quasi 70 chilometri da Capo Peloro fino al confine con i vicini Monti Nebrodi, coi quali si raccordano attraverso Rocca Novara e Montagna Grande; ad occidente i Peloritani si estendono per oltre 70 km fino alle portelle Pertusa e Mandrazzi in territorio di Novara di Sicilia mentre a sud si spingono fino alla Valle dell’Alcantara, che li separa dalle prime pendici del Vulcano Etna. Non costituiscono comunque un parco e l’unica riserva naturale presente nel territorio è quella del Bosco di Malabotta, situato tra Moio AlcantaraMontalbano. I Peloritani inoltre sono caratterizzati dalla presenza di diversi picchi, che non superano i 1400 mt, crinali e burroni con intense colture (agrumi, viti, olivi) alle falde. Prevalgono le rocce di origine magmatica e stratificazioni di scisti, graniti, filladi, gneiss. È diffusa la presenza di suolo di origine arenaria, facilmente disgregabile ed asportabile dall’impeto delle acque.

faro di messinaLe origini del nome sono molto particolari: Peloro era la personificazione del promontorio di Messina oggi chiamato Capo Faro. Si poteva osservare da notevole distanza un sepolcro di tale Dio, o addirittura una scultura che si sviluppava in altezza e veniva utilizzata come punto di riferimento per coloro che navigavano le acque dello Stretto. Peloro era anche il nocchiere della nave di Annibale. Il condottiero cartaginese, pensando di essere stato raggirato in quanto, navigando da Ovest in direzione dello Stretto, non scorse nessun canale, tanto le coste di Sicilia e Calabria sembravano un unico lembo di terra, fece togliere la vita al proprio pilota, per poi rendersi conto di lì a poco della reale presenza del passaggio, così come sosteneva il meschino Peloro anche in punto di morte. Annibale per far si che il ricordo di Peloro, assassinato ingiustamente, non fosse dimenticato, gli intitolò il capo ultimo dell’isola e fece erigere un monumento in sua memoria. Questo mito, narrato da diversi autori, non ha fondamento se si considera che già nel VI sec. a.C., ergo quasi 300 anni in anticipo rispetto al viaggio di Annibale in Sicilia, era presente e in città veniva ampiamente professato il culto della ninfa Pelorias.

Nella realtà invece “Peloritani” deriva da un termine greco che significa “gigantesco, smisurato, mostruoso”. E così dovettero apparire ai navigatori greci, che giungendo nei pressi dello Stretto si trovarono davanti questa catena montuosa che nasce direttamente dal mare e s’innalza vertiginosamente verso il cielo, a formare una barriera costante e impenetrabile. La loro origine geologica si fa risalire all’orogenesi avvenuta nell’era mesozoica e cenozoica e sono formati prevalentemente da terreni cristallini (metamorfici e plutonici) e da terreni sedimentari, che costituiscono la continuazione dell’Appennino calabrese.

Le cime più elevate della catena sono:

  • Montagna Grande (1374 m)
  • Rocca Novara (1340 m)
  • Pizzo di Vernà (1287 m)
  • Monte Poverello (1279 m)
  • Monte Scuderi (1253 m)
  • Monte Fossazza (1245 m)
  • Monte Gardile (1228 m)
  • Monte Cavallo (1216 m)
  • Pizzo Croce (1214 m)
  • Monte Pomaro (1196 m)
  • Colle del Re (1180 m)
  • Portella Mandrazzi (1125 m)
  • Monte Dinnammare (1124 m)

In questo complesso montuoso sono state costituiti i sentieri e le seguenti riserve naturali allo scopo di tutelare la natura:

  • Montagna Grande (1374 m)
  • Rocca Novara (1340 m)
  • Monte Scuderi (1253 m)
  • Monte Dinnammare (1124 m)
  • Dorsale Peloritana

La flora dei Monti Peloritani

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Un esemplare di Leccio dei Monti Peloritani

Sui Peloritani non esistono veri boschi naturali. Delle antiche foreste iniziali di quercia, leccio e sughero e faggio, di pini e castagno, sono rimaste solo poche formazioni saltuarie di circa tremila ettari. A causa delle degradazioni successive, causate dall’uomo, e spesso dovute agli incendi, si è passati alla macchia, alla macchia degradata, alla gariga e alla steppa. Solo nelle zone più impervie, dove l’uomo non è potuto arrivare, si sono conservati piccoli lembi di bosco naturale di roverella e di leccio o di macchia mediterranea con predominanza di eriche, cisto, corbezzoli e ginestre (Spartium junceum, Cytisus scoparius, Calicotome spinosa). L’intervento del Demanio Forestale, con piantumazioni massive di specie forestali, protratte per anni, hanno creato magnifiche pinete di Pino Domestico (Pinus pinea), Pino marittimo (Pinus pinaster), Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) e boschi di Castagno (Castanea sativa), Leccio (Quercus ilex) e Roverella (Quercus pubescens).

I primi impianti boschivi dei Peloritani sono stati istituiti nel maggio 1873 ed affidate ad un Consorzio per il Rimboschimento. Uno di questi impianti, forse il più antico oggi rimasto, è quello della foresta di Camaro di circa 96 ettari. Comprende svariate essenze arboree di cui le principali sono: Pino domestico, Querce, Castagno, Eucalipto, Acacia (Robinia pseudoacacia). Successivamente, nel 1920 la gestione è passata al Demanio Forestale dei Peloritani.

Monti Peloritani: Fauna selvatica e avifauna

L’area dei Monti Peloritani è ricca non solo di specie vegetali, ma anche animali, e possiede una varietà che difficilmente si raggiunge in altre aree dell’Italia stessa. Ciò avviene perché queste montagne sono situate lungo una delle rotte migratorie più importanti d’Europa: nello splendido racconto dell’ambientalista Anna Giordano si apprende che milioni di uccelli ogni primavera ed autunno vanno dall’Africa all’Europa e viceversa, per nidificare (primavera) e per trascorrere l’inverno in climi più felici (autunno).

“Da Capo Milazzo, da San Pier Niceto, o qualsiasi altra montagna in direzioni di Messina, si possono osservare specie anche rare come l’Aquila imperiale, o più comuni come il Gheppio, uccelli dalle piccolissime dimensioni come il Liù piccolo, o grandi e possenti come la Cicogna Bianca. D’inverno i Gabbiani comuni, i Gabbianelli, i Beccapesci ed i Cormorani frequentano la costa in cerca di pesci, mentre il Pettirosso, il Liù, i Fringuelli vanno alla ricerca di piccoli insetti o semi nei parchi, nei giardini privati e nelle campagne.

Durante la migrazione, lungo i greti dei torrenti, alle loro foci o più semplicemente sulle spiagge, si posano gli Arioni, i Limieoli, e a volte le Cicogne, come molti altri piccoli uccelli. Infatti lo sforzo del volo, che per molte specie supera i 7.000 Km, è tale che ogni tanto gli uccelli hanno bisogno di riposare cercando anche cibo per recuperare le energie perdute. Le zone umide, quali appunto i torrenti e i fiumi, e le zone di costa sono per la maggior parte degli uccelli le aree migliori per recuperare le energie.

Tra i rapaci che nidificano sui Monti Peloritani vi è il Gheppio, piccolo falchetto che si nutre di rettili, insetti, topi; mentre la Poiana, più grande del Gheppio e con le ali arrotondate anziché a punta, si nutre anche di Conigli. Tra i rapaci notturni è molto comune l’Assiolo, piccolo strigiformi, in grado di cacciare insetti e piccoli topi, che emette un canto particolare e facilmente riconoscibile, un “chiù” continuo anche presso i centri abitati. La Civetta, anch’essa comune, lancia grida simili a quelle di un gatto e si nutre delle stesse prede dell’assiolo. Contrariamente a quanto si crede, il sentire o vedere questi due piccoli rapaci notturni non porta assolutamente sfortuna. Significa solo che la nostra campagna sta bene e che pullula di vita spesso invisibile. Nelle aree più boscose nidifica l’Allocco, che essendo più grande riesce a catturare grossi roditori, tra cui i ratti.

La notte appartiene anche ai mammiferi. Volpi, Martore, Istrici, Ricci, Donnole ed i piccoli Ghiri occupano ciascuno un proprio ambiente particolare. La volpe si spinge ai margini dei centri abitati cacciando i topi che vivono presso le discariche. Tra gli anfibi invece imperano le Raganelle, piccole rane di un verde acceso brillante, che cantano all’impazzata tutte le notti della primavera e dell’inizio d’estate. I Rospi sono più elusivi, ma laddove l’ambiente non è stato prosciugato o distrutto, si incontrano facilmente la notte, spesso vittime delle marchine che non hanno alcun rispetto verso la loro immobilità.

In natura ogni animale ha il suo ruolo. Il fatto che esista significa che regola i meccanismi spesso sconosciuti della natura, i quali tutti insieme fanno del pianeta terra un’entità inscindibile e perfetta dove ogni organi-sino ha il suo compito regolatore. Ogni alterazione può portare allo squilibrio ed è quello che l’uomo sta facendo con il suo continuo abusare di ogni essere e di ogni ambiente che lo circonda. Noi viviamo, al pari degli altri animali, di ossigeno e di acqua. Con l’inquinamento, con la distruzione delle foreste, con l’uccisione indiscriminata degli animali, noi abbiamo scombussolato la terra e presto ne proveremo le conseguenze. Ogni specie animale che scompare dal pianeta siamo un gradino più vicino alla scomparsa dell’uomo. Solo una presa di coscienza può farci cambiare rotta e salvare in extremis la nostra stessa terra”.

I Monti Peloritani e la cultura materiale

Agli aspetti naturalistici vanno sommati quelli anche umani, segnati da una presenza che rivela emergenze di tipo architettonico, archeologico ed etnoantropologico. Piccoli centri abitati, Castelli, fortificazioni, monasteri, chiese, siti archeologici, forti e strade militari, fontane, abbeveratoi, acquedotti, mulini ad acqua, palmenti, trappeti, opifici industriali, sentieri storici, neviere, abitazioni rurali, recinti per animali, muretti di pietrame a secco, siti archeologici, santuari e pellegrinaggi, feste e tradizioni popolari tra le più varie. Un patrimonio ancora poco noto che per la sua ricchezza merita di essere esplorato.. Tra tutti, la ex Strada militare che dallo Stretto, costituisce elemento di rilievo, testimonianza della via da Portella Mandrazzi, tra Novara e Francavilla di Sicilia.

Il Faro di Messina e la leggenda del Colosso di Capo Peloro

Proprio all’imbocco dello Stretto di Messina, in uno dei punti più belli del mondo, precisamente a Capo Peloro, sorgeva una statua gigantesca. La leggenda narra di un imponente monumento, il cui riscontro reale emerse per la prima volta nel 2016, grazie allo studioso del CNR di CataniaFabio Caruso, capace di trovare la testimonianza in un dipinto murale di età ellenistica, all’interno della catacomba di Santa Lucia a Siracusa. Secondo l’archeologo si tratta della più antica rappresentazione dello Stretto giunta fino a giorni nostri. Vi appare un complesso fortificato sulla riva del mare, dominato da una colossale statua maschile nuda, con un piede appoggiato sulla prua di una nave. Un’iscrizione posta sopra la statua ci informa sull’identità della divinità rappresentata, “Zeus Peloros”. Del resto, sia il geografo greco Strabone che lo storico romano Valerio Massimo testimoniano nelle loro opere della presenza di una statua e di un avvio di “monumentalizzazione” del Peloro. In particolar modo, il secondo parla di una stele che scrutava l’imbocco del mare che separa Messina e il versante calabro da un alto tumulo e probabilmente reggeva in mano un braciere o una fiaccola animata dal fuoco, la cui luce serviva come un faro a rendere riconoscibile ai naviganti i confini della costa.

monete coniate sesto pompeo messina siciliaA scrivere apertamente di una statua posta sulla punta di Capo Peloro fu anche lo storico Olimpiodoro di Tebe. In seguito al sacco di Roma del 410 a.C., il re dei Visigoti, Alarico, dopo aver preso in ostaggio e poi sposato la giovane principessa Galla Placidia, futura imperatrice, si diresse verso Sud allo scopo di passare in Sicilia e da qui raggiungere l’Africa. Olimpiodoro racconta che i Visigoti non attraversarono lo Stretto, spaventati dalla statua posta sulla sponda messinese, dotata del doppio potere di proteggere la Sicilia dal fuoco dell’Etna e dalle invasioni barbariche provenienti d’oltremare.

Del simulacro col passare dei secoli si persero le tracce e pochissimi indizi permettono di immaginare il punto in cui possano essere ritrovati i suoi resti. Un segno è contenuto nelle due monete emesse da Sesto Pompeo tra il 42 e il a.C. durante la sua dittatura in Sicilia, dopo la vittoria navale di Messina contro l’inviato di Roma: la prima mostra una torre dal basamento a gradoni sulla cui sommità sorge un dio nudo con il capo cinto d’elmo, che regge nella mano destra un tridente, simbolo di Nettuno, e protende la sinistra in avanti (forse porgendo il fuoco), mentre il piede destro poggia sulla prua di una nave; la seconda il mostro marino di Scilla. E’ per questo motivo che quel lembo di terra al principio dei Monti Peloritani, che affaccia proprio sullo Stretto, è stato denominato Faro di Messina. Le vicende storiche collegate al suo toponimo ebbero inizio precisamente il 27 luglio 1139, quando papa Innocenzo II legittimò la nascita del Regno di Sicilia mediante l’elevatio in regem di Ruggero II d’Altavilla, sanando la medesima investitura avvenuta nel 1130 per mano dell’antipapa Anacleto II.

Il Faro di Messina, essendo un braccio di mare posto tra due territori appartenenti allo stesso Stato, possedeva una connotazione strettamente geografica che mantenne per tutto il periodo normanno e svevo, fino agli inizi della dominazione angioina allorquando Carlo I d’Angiò, chiamato da papa Clemente IV per liberare l’Italia meridionale dagli ultimi Svevi, non si insediò nella penisola, trasferendo la capitale da Palermo Napoli. Nel 1282 i siciliani si ribellarono al regime vessatorio di Carlo I e offrirono la corona di Sicilia a Pietro III d’Aragona, consorte di Costanza di Hohenstaufen, figlia di Manfredi, ultimo re svevo. Questa rivolta, passata alla storia con il nome di vespri siciliani, diede inizio ad un lungo conflitto tra gli angioini e gli aragonesi che si protrasse per ben novanta anni. Per questioni geografiche si cominciò ad adoperare una doppia denominazione per indicare il loro territorio, prendendo come riferimento proprio il Faro di Messina che, mentre per gli angioini costituiva soltanto un riferimento geografico, per gli aragonesi, invece, costituiva una vera e propria zona di frontiera. La terminologia adoperata fu, quindi: “Regno di Napoli”, detto anche “Regno di Sicilia di qua dal Faro”; laddove l’“isola di Sicilia” veniva indicata dai re di Napoli come “Regno di Sicilia di là dal Faro”, definizione che restò fino all’Unità d’Italia.