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Coronavirus: il Governo ha inventato l'”emergenza sospesa”

Coronavirus: il nostro attuale governo ha fatto l’invenzione del ‘sospeso’ e l’ha applicata a ogni decisione che non si riuscisse a precisare, a concordare con i vari proconsoli della maggioranza o che, comunque, potesse suscitare scontento in prossimità di qualche prova elettorale

A Napoli, da tempo immemorabile, è stata fatta la generosa invenzione del ‘caffè sospeso’: si passa dal bar a prendere un caffè e se ne pagano due, il secondo per l’amico che passerà dopo o per l’avventore che non possa pagarlo. Anche il nostro attuale governo ha fatto l’invenzione del ‘sospeso’ e l’ha applicata – in tempo di pace – a ogni decisione che non si riuscisse a precisare, a concordare con i vari proconsoli della maggioranza o che, comunque, potesse suscitare scontento in prossimità di qualche prova elettorale (vedi la ‘plastic tax’). L’invenzione ha trovato applicazione la più larga anche ora – in tempo di guerra contro l’epidemia che sta devastando il nostro Paese – con i dpcm che abbiamo imparato a conoscere e sulla cui necessità nessuno discute nel merito ma che, evidentemente, si sono susseguiti, accavallati e
contraddetti, sempre bisognosi di aggiustamenti, spesso in ritardo, forse a causa delle opinioni contrastanti delle varie parti politiche e sociali: due esempi per tutti 1): la chiusura delle scuole, prima annunciata da indiscrezioni poi smentita dal ministro competente, infine proclamata con il decreto; 2) la chiusura delle attività produttive, prima concordata con le parti sociali (ma non con l’opposizione) e, poi, autocraticamente modificata, nottetempo, tanto da suscitar la minaccia di uno sciopero generale.

Se non se non se ne discute il merito, si deve tuttavia segnalare le modalità piuttosto incongrue della loro emanazione e della previsione della loro efficacia, sempre posticipata di qualche giorno rispetto all’annuncio fatto in TV, a reti più o meno unificate e con la dovuta drammatizzazione. Anche qui un esempio per tutti: la proclamazione del divieto di circolazione delle persone in tutta l’Italia a partire dalla pubblicazione del dpcm che sarebbe avvenuta 24 ore dopo, cioè il tempo necessario e sufficiente per provocare una fuga di massa da Milano e dintorni. Trattandosi di misure necessarie e tuttavia estreme, pesanti, limitatrici delle libertà personali, bisognava che si prevedesse l’effetto del ‘si salvi chi può’ e si mettessero quindi in atto misure come, per esempio, la registrazione dei viaggiatori, la loro segnalazione alle autorità competenti nei luoghi di arrivo e, ultima ratio, il blocco dei trasporti ferroviari ancor prima di dare l’annuncio della futura pubblicazione del decreto. Una misura preventiva che evitasse sia la fuga sia l’allarme suscitato in Puglia, in Calabria, in Campania, in Sicilia etc. dove si è giustamente paventato che, senza il necessario controllo delle persone in arrivo e senza le conseguenti necessarie misure di quarantena sia pure ‘fiduciaria’, si potesse espandere l’epidemia (come forse è realmente avvenuto).

Il capolavoro della ‘sospensione’ è però un altro: il Presidente del Consiglio, per rassicurarci sulla temporaneità delle misure decretate, ci ha spiegato che il termine del 31 luglio, fissato per la fine dello stato d’emergenza proclamato il 30 gennaio scorso, non riguarda la durata degli effetti dei vari decreti, che potrebbero essere revocati anche prima di quella data in ragione dell’andamento dell’epidemia. Ha fatto bene il Presidente a darci questa speranza: tutti ci interroghiamo sulla sorte della scuola, del campionato di calcio, delle nostre passeggiate, etc. e siamo comunque disposti ad accettare ogni rinvio necessario del ritorno alla normalità.

Ma qualche domanda sorge spontanea! Fino a quando, a fine febbraio, non scoppiò l’epidemia nel lodigiano e nel padovano chi si era accorto di vivere in stato d’emergenza? Quali misure erano state prese per farvi fronte, a parte la chiusura dei voli diretti tra la Cina e l’Italia che ci illuse che si stesse affrontando seriamente quella che allora era solo una ‘minaccia’ di pericolo? Non si doveva forse pensare già allora quantomeno a rifornirci in anticipo dei necessari presidi sanitari (i ventilatori polmonari, le famose, introvabili, mascherine, nuove strutture ospedaliere, anche da campo, vista l’ovvia impossibilità di costruire un ospedale in dieci giorni come hanno fatto in Cina)? Non si doveva forse pensare a decretare subito la riconversione produttiva di settori dell’industria e dell’artigianato per fare fronte a questi prevedibili bisogni? O, forse, si voleva affrontare l’emergenza con i famosi ‘cannoni di legno’ con i quali si affrontò un’altra emergenza? Purtroppo, dobbiamo concludere che l’emergenza è stata solo proclamata e ‘sospesa’, come il caffè: in attesa degli eventi!

Giuseppe Buttà