Messina è una città povera, le statistiche ufficiali fotografano una situazione impietosa : l’1% della popolazione possiede il 25% della ricchezza totale

A Messina, secondo le statistiche ufficiali, la metà dei contribuenti dichiara un reddito annuo lardo al di sotto dei 15 mila euro: la disamina del professor Michele Limosani

Messina, secondo le statistiche ufficiali, è una città povera. I dati sono allarmanti e certificano che circa la metà dei contribuenti sfiora la soglia della povertà: la metà dei contribuenti dichiara un reddito annuo lordo che è al di sotto di 15 mila euro. Al riguardo il professore Michele Limosani fornisce una dettagliata disamina sui dati relativi alla città di Messina.

La metà circa dei contribuenti del Comune di Messina dichiara redditi annui lordi al di sotto dei 15.000 mentre l’1% possiede il 25% della ricchezza totale delle famiglie; il residuo fiscale – la differenza tra il contributo che ciascun individuo fornisce al finanziamento dell’azione pubblica e i benefici che riceve sotto forma di servizi pubblici– è negativo.

Messina è dunque una città “povera” (almeno secondo le statistiche ufficiali), segnata da profonde diseguaglianze e fortemente dipendente dai trasferimenti pubblici. Vediamo, sia pure brevemente, di approfondire la questione.

Secondo un recente rapporto del Comune i contribuenti che nel 2018 hanno presentato dichiarazione fiscale in città sono più o meno 133.000, il 57% della popolazione residente. Nella fascia bassa (i redditi compresi tra 0 e 15.000) insiste il 47% dei contribuenti, nella fascia media (redditi compresi tra 15.000 e 75.000) il 51%, nella fascia alta (75.000 in su) poco più del 2%. Il peso della tassazione in città ricade in massima parte sulla fascia media. I contribuenti inclusi nella fascia bassa, infatti, pagano poche tasse per via delle esenzioni e delle aliquote irpef più basse; quelli compresi nella fascia alta di reddito, per via del numero esiguo, forniscono uno scarso contributo.

La ricchezza netta della famiglie nel Comune capoluogo, -ossia il valore di tutte le attività patrimoniali reali e finanziarie al netto delle passività che garantiscono ai soggetti che ne sono proprietari un beneficio economico-, è stimata intorno ad un valore di 20 miliardi (il patrimonio in capo alle società di capitale non viene conteggiato).

In particolare, poi, il 50% di questa ricchezza è rappresentato dalla casa, il 15% dai depositi, dato che trova parziale conferma nel fatto che l’ammontare complessivo dei depositi nella Provincia è di circa 8 miliardi (fonte Banca d’Italia). Se poi assumiamo che anche a Messina l’1% della popolazione possiede il 25% della ricchezza totale, analogamente a quanto accade per il resto del paese, allora è molto probabile che i contribuenti inclusi nella fascia più alta dei redditi, quella superiore a 120.000 euro (0.57% dei contribuenti), possiedono un patrimonio vicino ai 5 miliardi di euro.

Se queste sono le statistiche non sorprende che il residuo fiscale sia negativo. I benefici della spesa pubblica sostenuta a livello locale ricadono infatti su tutta la popolazione residente, e quindi sui 232.000 abitanti (istruzione, sanità, servizi alla persona, asili, pensioni sociali). Il contributo che la popolazione fornisce al finanziamento di questa spesa, – la tassazione – ricade, invece, solo su una piccola parte dei cittadini ed, in particolare, sulle spalle del 28% per cento dei residenti -la fascia media dei redditi.

Per il residuo fiscale possediamo solo una stima a livello regionale -elaborazioni su dati ISTAT- pari a -3.576 euro pro-capite (differenza tra valore della tassazione pro-capite 7.681 e spesa pubblica pro-capite 11.257). Non c’è ragione di credere che il dato a livello locale sia poi così tanto diverso da quello regionale. Il punto chiave della questione, tuttavia, è che questa differenza dovrà essere finanziata dallo Stato. Queste considerazioni sono alla base del movimento “secessionista” avviato da alcune Regioni del nord che, presentando un residuo fiscale positivo, hanno avanzato pretese su tali residui. La tesi è che, diversamente da quanto affermato in Costituzione, “chi è più ricco merita di più e che la spesa per i servizi deve essere anche riparametrata sul gettito fiscale”.

Il regionalismo differenziato è un tema complesso che non può essere liquidato in poche battute o immiserito a colpi di slogan. La proposta di legge quadro sull’autonomia regionale avanzata dal governo nazionale non può lasciarci indifferenti poiché riguarda i fondamenti della coesione sociale e della stessa unità del Paese. Come poi gli impietosi dati statistici suggeriscono, in gioco c’è anche il futuro della nostra città”.