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Quando la Serie A era roba per pochi: quota salvezza mai così bassa nel (fu) campionato più bello del mondo

Una volta per salvarsi servivano almeno 40 punti. Una volta, quando la Serie A era a 18, c’erano le “7 sorelle” e una marea di campioni, chi stazionava a metà classifica si ritrovava a guardare verso l’Europa o l’Intertoto da una parte e verso la salvezza dall’altra. Si ritrovava a lottare fino all’ultima giornata. Una volta, chi non rinforzava la squadra dopo la promozione in Serie A, in cuor suo sapeva che sarebbe ritornato in B nel giro di un anno

Non che servisse l’ultima giornata del campionato di Serie A 2021-2022 per aprirci gli occhi. Diciamo che ce lo ha solo ricordato, ribadito. Ci ha ricordato che il massimo torneo di calcio italiano non è più il più bello del mondo. Dal predominio totale degli anni ’80 e ’90 al punto massimo raggiunto nei primi 2000, per poi conoscere il lento declino. Per noi, cresciuti a guardare le italiane in finale di Champions, assistere inermi alla grande forza di inglesi e spagnole fa un certo effetto. Ancora, un certo effetto, nonostante ormai se ne potrebbe fare l’abitudine.

Ma l’attenzione non è rivolta alle big, che bene o male, nonostante magari in Premier farebbero più fatica, continuano a rendere il campionato competitivo, come quest’anno. L’attenzione è rivolta più che altro alle Salernitana di turno, o Cagliari, Spezia, Genoa, Sampdoria (non ce ne vogliano), che in Premier galleggerebbero tra l’ultimo e il penultimo posto. Forse. Quest’anno, quota salvezza bassissima, mai così bassa nella storia della Serie A da quando ci sono le 20 squadre. E forse sono proprio le 20 squadre uno dei primi problemi di questo declino. Dalla Fiorentina settima al Cagliari diciottesimo ci sono oltre 30 punti di distacco, un divario enorme e che si è allargato nel corso degli anni, evidenziando con sempre maggiore entità quella forbice venutasi a creare tra le big del nostro calcio e tutto il resto. Perché c’è chi vince, continua a farlo, si rinforza, e chi invece sa che per salvarsi bastano 31 punti, basta vincere qualche partita di fila da marzo in poi, basta costruire una squadra qualitativamente di basso livello, basta anche perdere l’ultima partita in casa per 0-4, tanto c’è chi fa peggio, e cioè non fa nulla per segnare un gol, un misero gol, in casa dell’ultima in classifica, ormai retrocessa da tempo. E così se in alto si è stati costretti ad alzare l’asticella per interrompere il predominio Juve, in basso si è ormai consapevoli che non è necessario andare oltre il minimo indispensabile per arrivare alla salvezza. Consapevolezza che negli anni ha portato ad accrescere la forbice tra le prime 7-8 e tutto il resto e che ha portato squadre (le varie Sassuolo, Bologna, Torino, Verona) a non aver già più nulla da chiedere a gennaio.

Eppure una volta per salvarsi servivano almeno 40 punti. Una volta, quando la Serie A era a 18, c’erano le “7 sorelle” e una marea di campioni, chi stazionava a metà classifica si ritrovava a guardare verso l’Europa o l’Intertoto da una parte e verso la salvezza dall’altra. Si ritrovava a lottare fino all’ultima giornata. Una volta, chi non rinforzava la squadra dopo la promozione in Serie A, in cuor suo sapeva che sarebbe ritornato in B nel giro di un anno. Una volta, come detto, le squadre erano 18 e le retrocessioni quattro, con la quintultima a giocarsi lo spareggio. Una volta, la decima in classifica si giocava ancora la salvezza. Una volta, quando si arrivava al “Granillo“, ma anche al “Curi”, al “Via del Mare”, al “San Nicola”, al “Bentegodi”, al “Menti”, al “Rigamonti”, quanta fatica. C’era da sudare. Perché Lillo Foti arrivava in Serie A ed era costretto a chiedere aiuto alle grandi per i prestiti di Pirlo, Baronio e Kallon. Perché a Brescia c’erano Baggio e Hubner, perché in Provincia c’erano Ferrante, Lucarelli e Maniero. Altrimenti, Serie B assicurata. E a noi rimane la nostalgia…

Classifiche a confronto, giusto per farsi un’idea: di seguito quella finale del campionato ’99-2000 e, subito dietro, quella di quest’anno.