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Calabria “zona rossa”, Agazio Loiero: “La società calabrese è in fermento e proprio dalla sanità potrebbe nascere una scintilla di una rivolta incontenibile”

Calabria, intervista ad Agazio Loiero: il piano di rientro, la sanità e il rischio di un’incontenibile rivolta sociale

Agazio Loiero, 81 anni a gennaio, è stato il Presidente della Regione Calabria (2005-2010) che durante la sua consiliatura ha varato il Piano di Rientro della sanità calabrese e chiacchierando sull’attuale disastrata situazione della Calabria “zona rossa“, mentre fuori montano gli ospedali da campo dell’esercito e quelli di Emergency come se fossimo in un assetto di guerra, lo troviamo lucido e brillante analista dell’attuale situazione sanitaria, politica e sociale. Una storia politica di grande impegno politico in area democristiana, Loiero è stato uno dei politici calabresi più influenti a cavallo tra secondo e terzo millennio: deputato dal 1987, senatore dal 1996, è stato una volta Sottosegretario di Stato e due volte Ministro della Repubblica prima di essere eletto Governatore della Calabria nel 2005. Ai microfoni di StrettoWeb parla con l’esperienza di uomo di Stato e calabrese particolarmente legato alla sua terra.

Da Cotticelli a Zuccatelli, i commissari designati dal Governo per la Calabria protagonisti di clamorose gaffe in TV e intanto la Regione è “zona rossa”: cosa pensa di questa situazione?

La Calabria politica oggi è quella che è. La Presidente Santelli è morta. La regione è senza guida. Il vicepresidente fa quello che può. Spesso i calabresi hanno sottovalutato il ruolo di un Presidente eletto direttamente dal popolo e con un vincolo costituzionale, che è unico nella geografia istituzionale del nostro paese. Anche i sindaci si avvalgono dell’elezione diretta, se ne avvalgono però solo in virtù di una legge ordinaria, non in forza di un articolo della Costituzione. Ricordo questa circostanza perché la figura del Presidente, a partire dalle elezioni regionali del duemila, sprigiona una forza istituzionale sconosciuta nel passato. Io ho lavorato nel lontano passato con alcuni Presidenti regionali, che hanno guidato la Regione in un periodo anteriore al duemila. Erano di notevole qualità politica e di grande esperienza amministrativa. Penso a Ferrara, a Dominijanni e a altri ancora, ma avevano tutti difficoltà a decidere, che è l’elemento centrale della politica di un esecutivo. Erano infatti oberati da delicati equilibri e da innumerevoli compromessi da rispettare all’interno della Giunta e del Consiglio. Dal duemila non è più così. Si sviluppa una discussione, ma poi si decide. Se sei un Presidente di qualità, non solo hai pochi problemi in giunta ed anche in Consiglio, ma sei soprattutto in grado di farti valere a Roma, dove spesso si decidono molte questioni politiche di una regione del Sud. Diversamente, ti può capitare di avere un commissariamento di oltre dieci anni. Di Cotticelli e Zuccatelli non so che dire. La televisione è stata fin troppo eloquente. E poi non sarei sereno perché in genere sono contro la figura del commissario“.

Infatti la gestione commissariale non ha portato il risultato sperato dell’azzeramento del deficit della sanità calabrese, eppure nel 2014 eravamo molto vicini: come mai i commissari hanno fallito e perché secondo lei?

Da quello che abbiamo visto, ripeto, solo in tv, a parte forse Scura che secondo me non ha operato male, le ultime figure non sono state culturalmente in grado di cogliere l’essenza di una Regione fra le più complesse, difficili e insidiose d’Italia. Sono del parere infatti che questo nostro territorio dovrebbe essere prima conosciuto storicamente e culturalmente da chi è chiamato ad amministrarlo“.

Il risultato del 2014 fu raggiunto grazie al Piano di rientro da lei elaborato nel 2009: cosa aveva previsto e com’era riuscito a ideare quel percorso di taglio degli sprechi e riorganizzazione della sanità regionale?

Sapevo di dover sostenere in Consiglio dei Ministri un esame severo che non mi permetteva di giocare con i numeri. Ho chiesto aiuto per l’elaborazione del piano ai dirigenti dell’assessorato alla sanità, che ricordo di buon livello, e all’Agenas. Si decise all’epoca di chiudere alcuni piccoli ospedali, che gli abitanti dei territori difendevano con forza. L’ospedale, si sa, specie per un anziano, è una struttura di salvaguardia soprattutto psicologica. Non voglio fare polemiche con nessuno, tantomeno coi medici che in questa circostanza della pandemia sono stati in Italia, insieme all’altro personale sanitario, degli eroi. Offro solo un dato. Il numero dei medici morti è di 212 e il numero dei contagiati in questo solo ultimo mese è di 27.000. Fatta tale doverosa premessa, chiedevo loro all’epoca pubblicamente, ma siamo sicuri che un chirurgo, magari bravo, che fa pochi interventi all’anno, sia in grado di conservare una tranquillizzante manualità? Ma lei ricorda quelle terribili morti nei nostri ospedali di alcuni giovani negli anni della mia Presidenza? Incidenti che mi segnarono. Ogni tanto ci penso con un dispiacere che si rinnova. Noi all’epoca ci siamo impegnati a chiudere alcuni ospedali ma abbiamo puntato su tredici case della salute che oggi, con il virus che impera, forse sarebbero state di grande utilità. Se non ricordo male per tale obiettivo avevamo stanziato 128 milioni E non dimentichi che avevamo da costruire i quattro nuovi ospedali che il governo Prodi, con Livia Turco ministro della salute, aveva destinato alla Calabria. A dimostrazione di quanto funzionasse in quegli anni lontani la sinergia tra il livello nazionale di governo e quello regionale. Uno dei cardini in cui risiede la rappresentazione plastica dell’unità del Paese. Resta comunque un mistero come tante di queste opere siano successivamente scomparse dall’agenda calabrese e la costruzione stessa degli ospedali, diventati successivamente tre, proceda con così grave ritardo“.

Quali ritiene siano le principali criticità, e quali le soluzioni della sanità calabrese?

Oggi in sanità le cose si sono drammaticamente aggravate. I Lea, i livelli essenziali di assistenza, di fatto non esistono, il piano di rientro ha bloccato il turnover e l’emigrazione sanitaria, che esisteva naturalmente anche prima, dopo tanti anni è aumentata. Molti, troppi calabresi emigrano per patologie banali. Moltissimi corregionali hanno visto in un così lungo commissariamento una volontà quasi punitiva nei nostri confronti, da parte dei governi che si sono succeduti nel tempo. Anche perché una Regione come la Campania che risultava all’epoca commissariata come la nostra, è stata subito liberata da questo giogo. Il governo non ci è stato amico negli ultimi anni. Ma questo è avvenuto perché l’esecutivo regionale è sempre apparso debole. Se si mette insieme la tracotanza nazionale con l’irrilevanza regionale i risultati sono questi. Ma lei ricorda le polemiche, incomprensibili per un cittadino, tra classe politica regionale e il commissario del governo? Tutti elementi che hanno instillato un generale clima di sfiducia nella sanità del territorio, spingendo indirettamente le persone a fuggirne via per farsi curare in un territorio più attrezzato e anche più sereno. Bisognerebbe indagare in profondità, come spesso ripete il professore Franco Romeo, sull’appropriatezza degli interventi che si sono svolti in questi anni fuori dai nostri confini“.

Parla del prof. Franco Romeo, l’attuale consulente in materia di sanità della Giunta regionale?

franco romeoEsattamente. Premetto che Franco Romeo è reggino, meglio di Fiumara di Muro. Essendo anche un mio amico, probabilmente qualcuno penserà che non sono obiettivo nel giudizio. Non è così. Io mi fidavo tanto di questo professionista, che conoscevo all’epoca solo per fama, che lo chiamai durante la mia presidenza ad organizzare la rete di emergenza-urgenza cardiologica che viene spesso citata da lui, fuori dai nostri confini, come modello. Tutti pensano a Romeo come a un grandissimo cardiologo interventista. Ed è vero che lo è, solo che lui è anche un formidabile organizzatore sanitario. In più ha un legame sentimentale molto forte con la nostra Regione. Quando il governo si deciderà a nominare il commissario – speriamo per un tempo breve e, questa volta, di qualità – dall’intesa tecnica tra i due potrebbe nascere qualcosa di buono in questo settore così difficile del nostro territorio. Un dato essenziale oggi. La società calabrese, per chi sa scrutarla, è in fermento. Proprio dalla sanità potrebbe nascere una scintilla di una rivolta incontenibile. La pandemia ha ampliato a dismisura le disparità sociali in Italia. A tale proposito il recentissimo rapporto Censis, che parla di 600 mila nuovi poveri nel nostro Paese e di un peggioramento del tenore di vita che interessa 7,6 milioni d’italiani, è inquietante. Quanti di questi numeri sono collocabili in Calabria? Percentualmente un’infinità. Da noi esiste una fetta enorme di famiglie in povertà. E, visto che siamo alla vigilia delle elezioni regionali, mi domando chi sarà in grado di assumere la rappresentanza politica di una società calabrese così drammaticamente impoverita?