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Il risparmio: ricchezza da tutelare

governo meloni Foto Ansa

Il Governo Draghi, che ha cessato da qualche mese il suo mandato, ha sviluppato politiche orientate alla crescita del PIL, con ricadute positive sul debito pubblico e sull’occupazione. Esso ha lasciato in eredità al nuovo, a guida di Giorgia Meloni, oltre ad una immagine positiva del Paese, e realizzazioni come il Pnrr e l’inizio di alcune riforme, una situazione economica delicata, anche, e soprattutto, a causa del conflitto russo-ucraino. Oggi, il rischio di recessione, e non solo per l’Italia, è dietro l’angolo, accompagnata o una montante inflazione, dagli alti prezzi dell’energia e della relativa carenza, dalla disoccupazione crescente, dall’ampliamento del numero dei poveri assoluti (5,6 milioni pari al 19,4 % della popolazione), da un Covid che induce a tenere desta l’attenzione. Ci si può sperdere in una miriade di iniziative e suggestioni che possono essere da più fonti suggerite. Il radar, però, va puntato decisamente sul lavoro che è l’unica chiave per combattere la povertà; il lavoro richiama lo sviluppo. Esso va perseguito attraverso una strategia incentrata su confacenti risorse di capitali e umane, ed alimentato da un sistema finanziario vocato al sostegno delle imprese e delle famiglie, con un credito effettivamente accessibile, in termini di costi e di garanzie, e reso efficace ed efficiente attraverso l’impiego delle nuove tecnologie.

Questi concetti rimandano all’importanza e al valore del Risparmio. In effetti, non può esserci credito, ergo investimenti, se manca la linfa vitale rappresentata da esso, che è la piattaforma nella quale, con varie declinazioni, si innervano gli stimoli dello sviluppo e del percorso di transizione verso un più avanzato approdo di ordine etico, culturale, ecologico e sociale. Vale, pertanto, il binomio risparmio e credito, nell’obiettivo di una indispensabile crescita, in un perimetro di sostenibilità, competitività e responsabilità. All’origine, comunque, è il risparmio per il cui accumulo l’Italia è ai primi posti in una classifica mondiale. Esso va tutelato, contro gli insidiosi assalti dell’inflazione e mosso attraverso gli investimenti produttivi. Oggi, che il nostro Paese si trova in tempi di formulazione della legge di bilancio per il 2023, è quanto mai opportuno che questi richiami vengano tenuti da conto, se si vuole delineare, nel rispetto di altri parametri, come il contenimento del debito pubblico, una prospettiva seria di ripresa sostenibile ed inclusiva, ed in cui l’innovazione digitale, insieme a nuovi modelli di business, funge da deterrente.

Si deve auspicare, con l’abbattimento del Cigno nero della guerra, un patto di “Stabilità e Crescita” tra le forze attive del Paese, con un forte richiamo alla responsabilità della classe politica e ad un rapporto sereno e costruttivo con le part sociali ed i partner europei. Se ciò non si verificasse, si rischierebbe, in una stagione di incertezze e debolezze della congiuntura, la flessione della domanda aggregata e della produzione, stimolando, come conseguenza naturale di comportamenti prudenziali, un più forte orientamento verso il risparmio. Per questa via si finirebbe per generare un corto circuito nel processo di produzione della ricchezza. Sono certo che la classe politica, oggi, abbia ben presente la situazione e tenda, almeno voglio sperarlo, ad ottenere il supporto dell’opinione pubblica per dare corpo ai vari programmi, per raggiungere, come ha enunciato Giorgia Meloni, due obiettivi prioritari: crescita del tessuto produttivo e attenzione ai redditi più bassi.

Questo orientamento è ancora di più necessario in un momento in cui la manovra di bilancio, per la quale si deve apprezzare l’impegno del Governo, con varie misure, che valgono 31 miliardi di euro, di far quadrare il cerchio tra le numerose esigenze del Paese. Essa deve essere inviata a Bruxelles, alla Commissione Europea, per essere approvata dal nostro Parlamento entro il 31 dicembre 2022, pena l’esercizio provvisorio. Ed il tutto si svolge in un clima arroventato dalla immigrazione, dalla guerra russo- ucraina, dalle spinte autonomiste di alcune regioni ed altro. Il tempo è poco e le circostanze attenuanti, tra cui, in primis, l’assorbimento di capitali per il caro energia, debbono essere comprese, per evitare laceranti lungaggini. Mi auguro che ciò avvenga in un clima di civile dialettica democratica, dove possa prevalere una obiettiva valutazione del realismo dell’Esecutivo e come inevitabile il gradualismo applicato (leggi i passaggi sul Reddito di Cittadinanza).

Condivisibili, facendo un atto di fede, le dichiarazioni del Ministro Francesco Lollobrigida, il quale, alla considerazione di Federico Fubini (Corsera 22 nov. u.s.): “Fate tante cose diverse, ma rischiate di fare poco su tutto”, obiettava: “Abbiamo una visione strategica ed abbiamo bisogno di dare dei segnali (ed anche di tempi, aggiungerei). In Italia esistono bisogni diffusi: “Di poco si vive, di nulla si muore”. Divento meno speranzoso e critico quando leggo che, malgrado le condivisibili posizioni di partenza (ridurre il numero dei parlamentari, della precedente legislatura, per alleggerire il costo del Parlamento) tale costo, se non ci saranno correzioni in corso d’opera, rimane fermo. Ciò perché il Fondo a disposizione del Parlamento permane quello dell’ammontare globale iniziale, riferito alle precedenti Camere, composte da un numero più elevato di membri, ma viene distribuito ad un numero ridotto di -300 parlamentari. Rivedere il reddito di cittadinanza, anche se giusto ed opportuno, ed alzare il riconoscimento ai parlamentari è una contraddizione ed un messaggio che gli italiani non meritano e non possono accettare.