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Gratteri: “le armi inviate in Ucraina posso finire anche alle mafie. Ecco cosa penso sulle carceri”

Il procuratore Gratteri: "la 'ndrangheta sfrutta la guerra per fare affari? Direi proprio di si"

gratteri bronzi di riace festival del cinema roma Foto di Luca Perazzolo

“La ‘ndrangheta sfrutta la guerra per fare affari? Direi proprio di si. In passato, ho seguito per motivi di indagine, subito dopo la guerra nell’ex Jugoslavia, la mafia pugliese e albanese che andavano a comprare armi in Bosnia e Montenegro e hanno rivenduto le armi alla ‘ndrangheta barattandole con la cocaina, molte di queste armi le abbiamo ritrovate in Calabria”. E’ quanto afferma il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, in uscita con il suo nuovo libro “Fuori dai confini”, ad affaritaliani.it. “Abbiamo trovato anche esplosivo al plastico c3-c4, che è potentissimo – prosegue – mezzo chilo di plastico corrisponde a un quintale di tritolo ed è facilmente malleabile e si può trasportare facilmente, è come la plastilina, anche un po’ più fluido della plastilina. Mi è capitato di vedere in tv delle armi molto più potenti rispetto a un bazooka e di fronte tale visione mi sono chiesto ‘ma perché quando sono state inviate queste armi in Ucraina non è stato installato anche un GPS all’interno per tracciarle?’ Non certo per motivi di denaro perché tanto anzi troppo ne è stato speso. La conseguenza però è che oggi purtroppo non sappiamo, e non sapremo mai, se tutte queste armi sono state utilizzate nella guerra o se alcune sono state messe da parte per altri fini. Perché, purtroppo, la storia ci insegna che durante le guerre, come c’è un mercato nero sui generi alimentari, c’è anche un mercato nero delle armi. Nella storia è sempre accaduto questo. Le armi finiscono anche alle mafie”.

“Costruire nuove carceri? Si lo dico da anni, ma non perché la mia aspirazione sia quella di riempire le carceri. Tutti mi attribuiscono, non so perché, questo obiettivo, questa volontà, ma non è questo quello che voglio e quello che penso, del resto chi di noi non vorrebbe vivere in un paese dove nessuno commette crimini? Però se così non è penso che solo con nuovi spazi i detenuti possono vivere in condizioni più dignitose”, rimarca Gratteri. “Tra l’altro – evidenza – nelle carceri ci sono le sezioni comuni’ dove sono reclusi, ci sono tanti che hanno commesso reati minori, reati da strada, ci sono centinaia di tossico-dipendenti che hanno commesso reati a causa della loro tossico-dipendenza. Io credo si debba lavorare molto su di loro. C’è la possibilità di recupero, io nel mio piccolo cerco di farlo. Si dovrebbe sempre e comunque provare a disintossicarli attraverso le comunità terapeutiche perché l’unica via è il recupero dalla dipendenza della droga. Altrimenti questi ragazzi, appena escono dal carcere, andranno a delinquere per procurarsi la dose. Bisognerebbe fare più accordi con le comunità terapeutiche e se possibile sovvenzionare la costituzione di altre, anche perché dal punto di vista economico la detenzione costa molto di più. Certo qualcuno scapperà perché non resisterà alla tentazione di andare a procurarsi la droga, però, è un rischio che secondo me vale la pena correre per cercare di salvare quante più persone possibili. Altra cosa dovrebbero essere istituite più strutture per i soggetti con disturbi psichici. Le Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza ndr), non sono sufficienti e non è sufficiente il personale attuale. Vanno create altre strutture con medici, psichiatri e psicologi che possano curare questi malati. E poi vanno potenziati i Tribunali di Sorveglianza perché tanti, anzi troppi, detenuti in esecuzione pena avrebbero già ora diritto ad una pena alternativa. Così affrontato il sovraffollamento diventerebbe un falso problema”, conclude Gratteri.