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Non piace perché è donna, ma piace perché è brava

giorgia meloni Foto di Fabio Frustaci / Ansa

Torno sull’argomento perché è fondamentale. Fa discutere tutti anche se non ci sarebbe proprio niente da dire. Forse diverte, e allora divertiamoci un po’ che tra pandemie e guerre quasi nucleari un po’ di leggerezza può fare solo bene.

Io (soggetto) sono (verbo) giornalista (sostantivo). Cioè “chi fa il giornale“. Ma sono anche maschio. Eppure non mi sono mai sognato di farmi chiamare giornalisto. Sono orgogliosamente giornalista, con la “a” finale, e non per questo mi sento sminuito nel mio ruolo né tantomeno nel mio genere, perché in italiano è giornalista “chi fa il giornale“, appunto, sostantivo di genere neutro quindi valido per tutti, che siano uomini o donne o lesbiche o gay etc. etc.

Ho un collega cronista, un altro corrispondente, un altro ancora articolista, e un altro titolista, un altro sindacalista e un altro caporedattore. Se li chiamassi cronisto, corrispondento, articolisto, titolisto, sindacalisto o caporedattoro probabilmente chiamerebbero il 118 preoccupati per le mie condizioni di salute. Certamente commetterei un grave errore grammaticale e linguistico e farebbero bene a ricoverarmi sul serio, o quantomeno a spedirmi in prima elementare.

Negli ultimi anni, purtroppo, mi sono occupato molto di sanità: a causa della pandemia ho intervistato operatori sanitari, ho avuto rapporti professionali con ambienti clinici e ospedalieri. Ho anche parlato con molte donne che sono medico e mai nessuna, per fortuna, mi ha chiesto di chiamarla medica. Perché “medico“, come “giornalista“, è un sostantivo neutro: “chi effettua le cure“, valido per tutti che siano uomini, donne, lesbiche, gay etc. etc. Dopotutto ho tanti amici che hanno un medico donna, eppure non ho mai sentito che dicessero “oggi vado dalla medica“. Per fortuna.

Durante la pandemia in occasione di una protesta ho avuto l’occasione di intervistare anche un camionista. “Chi conduce un camion“, che sia uomo o donna. Infatti lui era uomo ma non mi ha chiesto di farsi chiamare camionisto. Un anno prima al Giro d’Italia avevo intervistato Vincenzo Nibali, Chris Froome e Damiano Caruso: con il microfono in mano, per ognuno ho fatto esplicitamente riferimento alla sua professione e l’ho chiamato “ciclista” eppure non si sono arrabbiati, né mi hanno interrotto precisando robe del tipo “dato che ho il pisello, devi chiamarmi ciclisto”.

Tante volte ho seguito processi in aule di tribunale e il giudice, anche se donna, non è mai stato “la giudicia” o “la giudicessa”; il pm mai è diventato “la piemma” o la “pubblica ministera”. E se l’accusa era uomo, nessuno l’ha mai chiamato “l’accuso”.

Non ricordo, inoltre, che Luca Parmitano si sia risentito quando, nel 2013, è stato il primo italiano ad effettuare una passeggiata spaziale celebrato da tutti i giornali come “l’astronauta dei record“. Dovevamo chiamarlo astronauto? Ma certo che no. Così come mai nessuno s’è azzardato a scrivere “la prima arbitra della storia della serie A” per Maria Sole Ferrieri Caputi che un mese fa ha diretto Sassuolo-Salernitana. Tutti, giustamente, l’hanno chiamata arbitro, “la prima donna arbitro della storia della serie A“.

Lo scrivevo all’inizio: su questa vicenda non ci sarebbe neanche da discutere un secondo. Tuttavia negli scorsi anni la sinistra di Boldrini (Pd) e Movimento 5 Stelle ha sdoganato il fatto che le storpiature diventassero istituzionali con il sindaco di Roma Virginia Raggi che diventava “sindaca” e tanti avvocati e assessori donna che si facevano chiamare “avvocata” e “assessora” un po’ per profonda ignoranza e un po’ per becera moda. Alcune lo fanno tristemente ancora. Poverette.

Io sono giornalista e quindi sto molto attento alle parole: sui giornali che mi onoro di dirigere nessun sostantivo verrà mai storpiato in nome di questa deriva sociale, perché ho questo brutto vizio che bisogna scrivere in italiano. E sulla lingua italiana potrei continuare per ore, sia facendo altri esempi che ripassando le basilari regole elementari di grammatica italiana. Potrei ricordare che “il Presidente” è “chi presiede“, quindi è di forma neutro esattamente come giornalista, camionista, astronauta, medico. E vale per tutti: “il Presidente” uomo, “il Presidente” donna, “il Presidente” gay, “il Presidente” lesbica etc. etc.

Giorgia Meloni, quindi, chiedendo di farsi chiamare “il Presidente” riafferma un principio base di grammatica e di serietà, contro la deriva di ignoranza sottoculturale della grammatica storpiata in nome di fantomatiche battaglie formali e prive di sostanza: è la “cancel culture” che la destra combatte con l’orgoglio delle ragioni e che inspiegabilmente trova simpatie in una sinistra sempre più lontana non solo dal popolo ma anche dai riferimenti culturali della società. E’ una questione importante su cui è giusto tornare non tanto per l’aspetto meramente grammaticale, che ha comunque un suo significato. Ma per tutto ciò che c’è dietro. Giorgia Meloni, infatti, è diventata “il Presidenteper merito: è stata scelta dagli italiani, e prima ancora dai militanti del suo partito, quale leader non perché sia donna, ma perché è ritenuta brava. Non ha mai usufruito delle quote rosa, non ha mai indossato tacchi a spillo e minigonna, non si è mai fatta chiamare in modo strano per rivendicare una diversità di genere che non le è mai pesata. Non ha mai prestato particolare attenzione al proprio aspetto, all’immagine e all’apparenza.

Giorgia Meloni non piace perché è donna, ma piace perché è considerata brava. Ecco perché non ha bisogno di farsi chiamare “la presidente” (o peggio ancora “presidenta” come avrebbero fatto quelle lì) per affermare il proprio essere donna. Proprio nella parità dei sessi e del lessico è riuscita ad emergere per merito e bravura, a differenza di tante donne che senza tacchi, gonne, leggi ad hoc e quell’orripilante “a” finale al posto della “o” non sarebbero in grado neanche di uscire di casa.