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Il fastidio di pensare – Le democrazie non democratiche

draghi e orban

Alcune persone si sono scandalizzate per una mia presa di posizione a favore di Orbán, proprio io, hanno affermato, che durante il governo Draghi avevo subito soprusi. Chiarisco subito che, come ho scritto chiaramente, non ho mai condiviso molte scelte politiche del primo ministro magiaro, ma al di là di scelte e antipatie personali questo non rende il suo governo meno democratico, e qui i nostri giudizi devono essere innanzitutto onesti. Minacciare di restringere finanziamenti se non fa una determinata politica o non prende certe decisioni quando è stato eletto promettendo di fare l’opposto costringe semmai noi a renderlo antidemocratico. La democrazia infatti è una questione di libere scelte, al di là di quanto una certa ideologia la abbia esaltata, chi vince è autorizzato a prendere quelle che ritiene più opportune e ha promesso: dire che poi ha fatto l’opposto perché altrimenti perdeva finanziamenti esterni significa mettere a nudo il fatto che il popolo in quello Stato non conta nulla e può decidere fino a che queste decisioni garbano a entità esterne e quindi proprio la libertà, proprio l’unico valore che la democrazia deve tutelare, viene snaturato.

Paradossalmente invece mi sento di affermare che proprio il fattore democratico viene a mancare in Italia in quella anomala invenzione che in questo sventurato paese viene chiamato, con il malcelato orgoglio di aver creato qualcosa di rilevante, “governo tecnico”, e che ha subito la massima accentuazione con quello a guida Draghi. Nelle intenzioni di fondo si tratterebbe di un governo dove dei professionisti di ogni settore occupano ogni dicastero, a riprova della loro neutralità delle scelte politiche (ma si tratta, come ogni studente di scienze politiche potrà capire, di una pretesa piuttosto ingenua, poiché ogni decisione è comunque politica), per potere raccogliere una ampia maggioranza parlamentare che possa riunire il più ampio consenso possibile, e vi si pone a capo una personalità carismatica, che spesso abbia raggiunto una sua competenza in un altro campo della vita. In un paese di venditori di soluzioni come il nostro raccogliere consensi non è cosa di grande difficoltà, ma che venga abusata come una soluzione che possa giungere a elevati risultati vista la perizia dei ministri e della guida è cosa i cui risultati hanno spesso mostrato. Ci sono molti paesi del mondo in cui la democrazia è solo una patetica facciata, con delle false votazioni che magari ai seggi saranno correttissime ma che non cambiano la sostanza della maggioranza. Nel Kazakistan, ad esempio, dopo un quarto di secolo di potere Nazarbaev si mostrò al vaglio dell’elettorato a riscuotere il suo consueto plebiscito sfidato da due avversari uno dei quali diceva lui stesso che lo avrebbe votato. Nulla di eccepibile, dal punto formale: la democrazia si era rispettata: si era solo svuotata di significato. Ci si stupì solo che quasi un cinque per cento dell’elettorato gli avesse votato contro: percentuale immane da quelle parti dove se scendi in piazza a protestare rischi la vita. Ma poco più di questa era la percentuale parlamentare contraria all’ultimo governo Draghi che, se non avesse avuto un partito che avesse osato opporglisi avrebbe avuto l’unanimità, un sogno che nel passato aveva assaporato solo il premier bulgaro Todor Živkov. Ora, il senso di una democrazia è dato appunto  dallo scontrarsi dialettico di diverse opinioni. È per questo che si mettono opinioni e strategie politiche ai voti: se c’è l’unanimità, la funzione del parlamento è inutile e quella del premier si identifica, come avvertiva già Platone, con quella della divinità. E grave e offensivo è che, una volta che questo scontro dialettico venga trasferito in Parlamento, lì si ricomponga come mai avvenuto: in questo caso si ha questa altissima presa in giro che in Italia, per il gusto sublime di volere cambiare il nome delle cose nella speranza di poterne cambiare con esso anche la sostanza, hanno chiamato “governo tecnico”: una sublime invenzione che non ha mai avuto seguito in assuma altra parte del globo, dalla Guinea Equatoriale al Lesotho, tranne quelli che, più seriamente, li chiamano con più serietà “dittature”. Ma da noi, naturalmente, ci si muove perfettamente nell’ambito costituzionale: si ha cura di prendere, al posto del vecchio capo politico della maggioranza parlamentare, un elemento estraneo completamente a quel mondo (ma si ha cura di non prendere, come in quei vecchi paesi tuttora ancorati a vecchi schemi vecchi, capi militari: qui che siamo più legami alle moderne dinamiche si prendono grossi esponenti della finanza: Ciampi, Dini, Monti, Draghi …) e si sciolgono accanto a loro tutte le divisioni parlamentari. Orbene, per antica educazione, noi siamo abituati a pensare che l’armonia è migliore dei litigi, e per questo privilegiamo tanto gli accordi e il guardare anche le idee degli altri che, da Depretis in poi, ci abbiamo anche costruito sopra una fiorente cultura politica. Ma l’essenza della democrazia come metodo politico nasce appunto dalla necessità di decidere tra opinioni diverse che hanno il coraggio di mostrare la loro validità: se tutti alla fine scoprono di pensarla allo stesso modo non c’è più bisogno, alla fine, neanche di votare. Quella che sembra una grande conquista, scopriremo, è stata la caratteristica delle grandi dittature che poi, non avendo contrasti interni, non avevano più bisogno neanche di votare, ma si limitavano a decidere. Sono le democrazie che si prendono il fastidio di vedere se qualcuno la pensa in maniera diversa. Ma Draghi non ne aveva bisogno: il suo era un governo di migliori, e la sua opposizione era grande come quella di Nazarbaev. E sono a tutti gli effetti democrazie, naturalmente. Il secondo si è degnato di passare da una elezione vera, ma dall’esito scontato. Il primo neanche da quella.