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Il fastidio di pensare – La colpa di essere poveri

emilia condarelli rtv

“Mala cosa nascer povero”, diceva la Perpetua a Renzo. Ma Renzo, che era un povero popolano analfabeta, se non altro aveva il diritto di lamentarsi. Quando si nasce, in effetti, bisognerebbe avere la buona accortezza di farlo, se non proprio in una famiglia ricca, almeno in qualcuna di un certo livello. Non si ha idea di quante grane si evitano nella vita. Sembra un consiglio banale, eppure non si ha idea di quanta gente disattenta non lo rispetta e poi va a finire in zone come il CEP, Arghillà, o il rione Marconi.

Dalle nostri parti, il Sud intendo, infatti, passarsela male non è solo un dramma sociale, ma anche una colpa. Infatti se te la passi male e finisci con l’abitare da certe parti smetti di essere un cittadino a tutti gli effetti ma entri a fare parte di una enclave che si autoamministra da sé, con delle sue leggi non scritte che devi imparare molto velocemente a comprendere, con una amministrazione gestita dal forte di turno, e dove impari presto a camminare a testa bassa e soprattutto quello che devi vedere e quello che è meglio che non vedi.

Naturalmente non tutti gli abitanti di questi rioni, solo perché se la passano male, sono dei disonesti, o dei poveri mentecatti. C’è anche tantissima gente perbene che siccome va ogni giorno a lavorare vorrebbe solo una vita tranquilla e dignitosa e magari spera di tirarsi fuori da questo schifo lavorando e crede (poveri fessi) che siccome vive in Italia e si comporta onestamente magari ha anche diritto a un po’ di considerazione. Ma invece nel sentire comune quei quartieri si preferisce considerarli, come nelle vecchie carte geografiche, come con su scritto sopra hic sunt leones, dei luoghi cioè al di fuori della civiltà, che è riservata solo a certe altre zone, e quando si sente che qualcuno abita lì lo si immagina come marchiato, come gli ebrei che giravano con la croce sui vestiti quando uscivano dal loro ghetto.

In ogni città si è andata creando naturalmente, o a tavolino, la sua zona ghetto, e si è risolta così una sua questione sociale, confinandoci spazialmente la parte della popolazione che dava fastidio. Ma una cosa è segregare, una cosa è abbandonare a sé stessa. Mi è capitato di parlare nel passato con abitanti dello ZEN di Palermo e di Secondigliano: zone dove ci entra solo ormai, per fare qualche irruzione, la polizia quando non può fare a meno, ma solo a gruppi perché ormai anche loro hanno paura di restare isolati. E ognuno a farmi capire che è facile fare i bravi signori quando si vive da certe parti, ma ci si provi qui perché la vita, in fondo, ognuno se la deve giocare con le carte che gli sono state date. Da noi, al confronto, certi quartieri sono ancora inezie, ma chiediamo alla classe politica che si è assunta il compito di amministrare se ritiene decente che da mesi gli abitanti del rione Marconi debbano vivere in mezzo a quella discarica.

Ma poiché, appunto, in certe zone non è più lo Stato a comandare, ecco che quando una giornalista va a informarsi di quel che sta accadendo (ed è un paese tristissimo quello dove sono i giornalisti a dovere fare quello di cui politici sono troppo distratti per accorgersi, ma in Italia ci siamo abituati), non trova quasi nessuno disposto a parlare. Molti in realtà avrebbero molto da dire, affacciarsi alla finestra o uscire di casa la mattina e vedere quello schifo non fa piacere, ma stare zitti è sempre meglio che evitare guai peggiori, così si trova solo una persona disposta a mettersi davanti alla telecamera, un uomo esacerbato che crede ancora di essere sul suolo della Repubblica Italiana. Ma ecco che d’un tratto mentre conversano compare una persona che si avvicina a dare un buon consiglio. Un consiglio come quello che ci ricorda Leonardo Sciascia quando, da piccolo, gli raccontavano di quel monaco che nel Belice raccoglieva donazioni che in realtà erano estorsioni e un farmacista s’era deciso a non pagare e allora questo s’era avvicinato a suo figlio e lo aveva accarezzato dicendogli: “Che bel bambino, sembra vivo”. Nessuna minaccia quindi, nessuna violenza, solo gentili e amichevoli consigli.

E quanto quei consigli fossero utili e il silenzio di chi preferiva stare zitto fosse saggio lo dimostra il fatto che alla persona intervistata qualche ora dopo è stato fatto capire che da quelle parti certe forme di civismo, che sono in realtà forme di eroismo, non sono per niente gradite. E ci fanno anche capire come a qualcuno quella situazione faccia comodo; come a maggior ragione quindi il lassismo del Comune stia favorendo una delinquenza squallida e aggressiva e, ancora una volta come le vittime, che hanno la sola colpa d’esser povere siano doppiamente vittime: non solo del lassismo del Comune ma anche della violenza della delinquenza. E abbiano perso anche il più elementare dei diritti: quello di lamentarsi.