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Giorgia Meloni e il governo dei record tra i cortocircuiti delle opposizioni

giorgia meloni Foto di Angelo Carconi / Ansa

Oggi il Centrodestra guidato da Giorgia Meloni salirà compatto al Quirinale per le consultazioni: un appuntamento storico per il Paese

Finalmente ci siamo: oggi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella darà a Giorgia Meloni l’incarico per formare il nuovo Governo, 26 giorni dopo le elezioni del 25 settembre che hanno sancito la netta vittoria del Centrodestra guidato da Fratelli d’Italia. Ed è già il Governo dei record: il primo in assoluto con un premier donna, il primo in assoluto guidato dal leader di un partito di destra, il primo dopo 14 anni direttamente eletto dal popolo e anche il più veloce nella storia della Repubblica se Meloni giurerà da Premier a poco più di 24 ore dall’incarico. Mai alcun suo predecessore è stato così rapido.

Il Governo Meloni dovrà affrontare sfide tra le più importanti, difficili e delicate dell’intera storia Repubblicana e forse proprio per questo motivo il leader di Fratelli d’Italia ha formato una squadra di ministri autorevoli e inattaccabili sotto tutti i fronti, mettendo all’angolo quelle figure (vedi Ronzulli e Gasparri) che avrebbero determinato imbarazzo nel nuovo esecutivo. Esecutivo che stavolta non dovrà avere punti deboli come i vari Di Maio, Toninelli, Lorenzin, Kyenge che con gaffe e strafalcioni hanno ridicolizzato i precedenti governi compromettendo pubblicamente anche l’immagine dei colleghi più seri. I nomi del nuovo esecutivo non lasciano spazio a dubbi: da Crosetto a Giorgetti, da Urso a Piantedosi, da Marina Elvira Calderone a Giuseppe Valditara, e poi ovviamente Salvini e Tajani, Fitto e Calderoli con la ciliegina sulla torta di Nordio Guardasigilli e un paio di possibili sorprese che Meloni vuole uscir fuori soltanto all’ultimo momento come asso nella manica per Salute e Sport, due dicasteri a cui tiene personalmente tantissimo dopo le battaglie su salute, benessere e socialità condotte negli ultimi anni assumendo una posizione chiara sulla pandemia, in totale controtendenza rispetto al “modello cinese” del Ministro Speranza.

Se il giuramento arriverà domenica mattina come da ultime indiscrezioni, sarà davvero la nascita di Governo più veloce della storia. Così come velocissime sono state le elezioni dei Presidenti di Camera e Senato, Fontana e La Russa, mai così rapide nelle precedenti legislature. Figure simboliche e di rappresentanza istituzionale, ma già indicative dell’indirizzo politico della nuova maggioranza per quello che rappresentano: i valori della famiglia tradizionale e l’appartenenza ai principi cristiani identità storica della destra italiana ed europea.

Dall’altro lato della barricata assistiamo alle opposizioni nella confusione più totale. Accusano il Centrodestra di essere diviso, mentre gli unici ad andare alle consultazioni da Mattarella frammentati sono loro. Il Centrodestra salirà oggi al Colle compatto, tutti insieme, come sempre accaduto negli ultimi 30 anni. Ieri, invece, hanno sfilato ognuno per conto suo prima Calenda, poi Conte e infine Letta. Persino Fratoianni è andato per conto suo nel gruppo misto, nonostante alle elezioni fosse alleato con il Pd. E’ particolarmente curioso che la sinistra non riesce a tenere in piedi neanche l’alleanza elettorale di venti giorni fa, e accusa di divisioni una maggioranza che invece è coalizione stabile da 30 anni, governa 13 Regioni e adesso tornerà al Governo con lo stesso identico schieramento con cui aveva già governato tra 2001 e 2006 e poi ancora una seconda volta tra 2006 e 2008. La realtà è che nel Centrodestra ci sono diverse sensibilità, anche e soprattutto diversi protagonismi, ma soltanto all’interno di una grande area che condivide principi e valori in modo talmente tanto radicato che mai negli ultimi 30 anni si è divisa. A sinistra, invece, c’è un tutti-contro-tutti tale che persino per le poltrone di segretari, questori e vicepresidenze ha regalato uno squallido teatrino.

Curioso anche il cortocircuito su Berlusconi: il leader di Forza Italia è stato al centro del dibattito politico nelle ultime settimane prima per il foglietto con le considerazioni non certo benevole dedicate a Giorgia Meloni, poi per gli audio sulla guerra in Ucraina. E’ evidente che il Cavaliere fa fatica ad accettare il ruolo di comprimario e, ad 86 anni, ne combina una più del diavolo pur di essere ancora al centro dell’attenzione nonostante l’inesorabile calo dei consensi e, quindi, del peso politico. Ma è anche vero che la sua insofferenza non è affatto dovuta ad una sorta di maschilismo nei confronti di Giorgia Meloni come viene accusato da sinistra (curioso anche questo: i maschilisti sono quelli guidati da una donna!). Basti ricordare che Berlusconi ha più di tutti consentito alle donne di avere pari opportunità rispetto agli uomini tanto che in Forza Italia i ruoli apicali sono tutti guidati da figure femminili da oltre un decennio. E la stessa Giorgia Meloni nasce da Berlusconi, che la nominò Ministro nel 2008 (il più giovane della storia della Repubblica): se è la destra ad esprimere una leadership femminile che diventa guida del Paese, lo deve proprio al femminismo reale (e non di facciata) di Berlusconi. La realtà è che Berlusconi non accetta di essere secondo ad alcuno, sia uomo o donna, basti ricordare il patetico “uno, due, tre” con le dita della mano alle consultazioni guidate da Salvini nel 2018. E il leader della Lega non si chiamava Mattea. Ma il Cav. non ha scelta: avrà modo e tempo di farsene una ragione.

Certo, fa sorridere la narrazione secondo cui Berlusconi doveva essere la figura di “garanzia” di questa coalizione: il più moderato, il più europeista, il più autorevole nei rapporti internazionali. E invece in quindici giorni è già diventato la scheggia impazzita, la mina vagante, non nel merito dei contenuti di ciò che dice e che fa (a cui probabilmente non crede neanche lui stesso), ma soltanto per vitale esigenza di protagonismo personale. E invece Forza Italia è davvero il più europeista e atlantista dei partiti: lo ha sempre dimostrato alla prova del voto, con scelte precise e inequivocabili. E’ anche vero che tra Berlusconi e Putin c’è un’amicizia di vecchia data genuina e sincera: l’idea berlusconiana di accogliere nell’ombrello europeo i grandi leader orientali come Putin ed Erdogan non era poi così balorda, tanto che oggi è un rimpianto per tutti a Bruxelles. Piuttosto è possibile che Conte vada da Mattarella a nome del Movimento 5 Stelle chiedendo un “governo atlantista ed europeista, dopo due mesi di consenso raccolto sulla retorica del pacifismo? Non è forse lo stesso Conte che chiede con insistenza di non inviare armi all’Ucraina? E non è Fratoianni, l’alleato del Pd alle elezioni, a chiedere l’uscita dell’Italia dalla NATO? E’ più che evidente che le uniche ambiguità sulla politica estera dell’Italia sono a sinistra, storicamente sempre antiamericana e filorussa, talvolta persino filotalebana, filoislamista, filojihadista. mentre la destra al Governo con Berlusconi, con la Lega, con la destra di Alleanza Nazionale da cui nasce Giorgia Meloni, ha sempre sostenuto ogni iniziativa euro-atlantica senza se e senza ma, anche quando andava direttamente contro gli amici di Berlusconi (vedi Gheddafi).

Che proprio questa sinistra così lacerata al proprio interno e così ambigua in politica estera possa dare lezioni a una destra che deve ancora iniziare la propria prova di Governo, è delirante. Una destra che, tra l’altro, ha portato per la prima volta nella storia una donna a Palazzo Chigi dimostrando nei fatti pari diritti e opportunità per troppo tempo sbandierati come facciata dalla sinistra: siamo certi che Giorgia Meloni non avrà alcun bisogno di farsi chiamare ‘Presidenta’ per affermare la propria femminilità: sarà un Presidente che in realtà punta a Governare non cinque, ma dieci anni. Sta costruendo un Governo per dare risposte concrete al punto da ripresentarsi agli elettori tra cinque anni e ottenerne di nuovo la fiducia. Se ce la farà o meno lo potrà dire soltanto il tempo.