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Sicilia: fallimento annunciato del Frecciabianca, ecco perchè

La cancellazione del servizio Frecciabianca tra Palermo e Messina, via Catania, è una notizia che non ci sorprende affatto

La cancellazione del servizio Frecciabianca tra Palermo e Messina, via Catania, è una notizia che non ci sorprende affatto. Abbiamo avuto modo, in altre occasioni, di spiegare che il Frecciabianca , era un servizio offerto con un treno veloce come un regionale, equipaggiato come un Intercity e col biglietto che costava come una freccia. Non ci voleva molto a capire che, su questi presupposti, che il Frecciabianca siciliano avrebbe avuto vita breve. Peraltro, i dati sui passeggeri attratti da questo treno (mediamente 20 su 250 posti offerti) sono stati, da subito, impietosi. Un’esperienza amara che deve farci comprendere quanto fallace sia la visione del trasporto pubblico su ferro, da parte di coloro che dovrebbero gestirlo, senza cedere alle lusinghe della propaganda a fini politici.

Innanzitutto è stato sbagliatissimo spacciare questo treno come miglioramento del collegamento ferroviario con il continente. Un’idea carissima al sottosegretario Cancelleri, che tanto ha caldeggiato questo servizio come soluzione per il traghettamento. Infatti, era stato spiegato ai siciliani che il Frecciabianca veniva messo in corrispondenza con comodi aliscafi in partenza per Villa san Giovanni, dove i Frecciarossa partiti da Reggio Calabria li avrebbero condotti a Roma e da qui ovunque, nel continente. Niente di più semplice, apparentemente; ma niente di più ridicolo, nella realtà, alla luce di un’analisi men che seria della potenziale utenza del treno. Certe logiche possono maturare soltanto in chi non conosce l’utenza, ovvero non conosce le sue abitudini o non usufruisce probabilmente di dati certi, anche perché il gestore ne è gelosissimo. Avendo, peraltro, scarsa memoria storica: non si contano, negli ultimi decenni, i tentativi di sostituzione del costosissimo traghettamento dei convogli con un molto più economico trasporto dei soli passeggeri. Tutti clamorosamente falliti.

Evidentemente, chi ha concepito l’idea del cosiddetto “traghettamento dinamico” non ha compreso che dalla Sicilia al continente il viaggio è compiuto principalmente da due tipologie di utenti: coloro che compiono il viaggio con un bagaglio molto ingombrante difficilmente imbarcabile in aereo, se non a costi esorbitanti; e coloro che all’aereo hanno molte difficoltà ad accedere perché magari risiedono in quei comuni della costa (in particolare quella tirrenica) che raggiungono il più vicino aeroporto in non meno di due ore. Due utenze clamorosamente ignorate da chi ha concepito il nuovo servizio come agevolazione per i collegamenti da e per il continente. E che magari immaginava di veder scendere i passeggeri a Messina, con valigie al seguito, per percorrere gli oltre 200 metri che separano la stazione dall’imbarcadero, superare i gradini e gli ostacoli vari che si frappongono all’imbarcazione e partire in aliscafo verso la  Villa San Giovanni. Qui ripetere il tutto, in senso inverso, per poi salire sul treno ad Alta Velocità e raggiungere l’agognata destinazione nel continente. Il tutto in stazioni, sia Messina che Villa San Giovanni, che non sono dotate di scale mobili o tapis roulant.

Ovviamente, tra i pochi utenti del Frecciabianca, sono stati pochissimi quelli che hanno utilizzato il treno come prima parte di un improbabile viaggio verso il continente. Il che basta ed avanza a far accantonare in fretta, speriamo, l’idea del “traghettamento dinamico”, nella convinzione, per noi ovvia, che nulla può sostituire la connessione della rete ferroviaria regionale con quella nazionale, attraverso il Ponte sullo Stretto. Soluzione inspiegabilmente rinviata alle calende greche da una politica sorda e miope. L’utenza, invero esigua, che il treno ha intercettato, è in realtà tutta regionale. Ma si tratta di un raro tipo di clientela che preferisce spendere un pò di più per avere un servizio più confortevole, ma che di certo non lo fa per un vantaggio di pochi minuti se non nullo. Perché sappiamo che ci sono treni regionali che addirittura coprono il percorso tra Palermo e Catania in tempi inferiori.

Mentre, per quanto riguarda il percorso Palermo Messina, la linea diretta consente, con tutti i suoi limiti, di raggiungere lo Stretto dal capoluogo in meno di 3 ore a fronte delle quattro e un quarto “offerte” dal Frecciabianca. Il quale percorreva linee non meno obsolete, e certamente non più veloci. Lo dimostra, se non altro, il grafico che abbiamo realizzato consultando i “fascicoli linea” delle tratte interessate dal percorso del Frecciabianca, dove si può notare, ad esempio, che soltanto nel 40% del percorso possono superarsi i 110 km/h, mentre non si superano mai i 150. Ma lo stesso può dirsi per le aree interne, ovvero le province di Caltanissetta ed Enna, tanto care alla politica “che conta”, alle quali il servizio sembrava voler ammiccare. In realtà, nessun miglioramento del convoglio avrebbe mai compensato la distanza delle stazioni dai centri abitati (6 km circa, sia per Caltanissetta che per Enna) e la pessima condizione dei relativi collegamenti, fattori che già depauperano un’utenza quantitativamente non elevatissima (Enna e Caltanissetta fanno, insieme, 85.000 abitanti). Utenza che già, di suo, avrebbe poco interesse a raggiungere Messina per imbarcarsi (a piedi!) verso il continente, avendo a disposizione l’aeroporto di Fontanarossa proprio lungo il percorso del Frecciabianca, e con tanto di stazione di interscambio appositamente creata.

Aeroporto che, chissà perché, proprio in questi giorni supera persino Fiumicino per quanto riguarda i voli nazionali. E pensare che molti commentatori, persino ai più alti livelli istituzionali, hanno accolto entusiasticamente il dato, attribuendolo, come al solito, ai flussi turistici. E non, come un minimo di logica suggerirebbe, alle centinaia di migliaia di siciliani che fanno la spola, per lavoro, tra l’isola ed il continente. E sono costretti a farlo utilizzando il vettore più costoso ed inquinante, in mancanza dell’Alta Velocità, inesistente a sud di Salerno e, peraltro, impossibile in Sicilia senza il Ponte. Con buona pace dell’equità territoriale e della salvaguardia dell’ambiente, tanto cara ai responsabili del disastro trasportistico che penalizza così tanto i siciliani.

La triste fine del Frecciabianca dimostra in maniera chiara che certe decisioni devono essere anticipate da quello che insegnano tutti i testi di tecnica ed Economia dei Trasporti: analizzare l’utenza, definirne le caratteristiche, codificarne le preferenze, effettuare delle stime, valutarne i benefici e confrontarli con i costi; quindi decidere. Regole che valgono soprattutto per i servizi “a mercato” ovvero privi di contributi o sovvenzionamenti pubblici, come quello di cui stiamo trattando. Clamorosamente ignorate, in questo ed altri casi, per consentire a qualcuno di pavoneggiarsi davanti ai microfoni, annunciando una modernità dei trasporti che, in Sicilia, non può essere creata dall’oggi al domani, necessitando di uno sforzo infrastrutturale ancora di là da venire. Sia per il potenziamento delle linee interne, che per collegarle in maniera stabile alla rete continentale.